Belle notizie: la grande muraglia verde

Apri il quotidiano la mattina, ascolti il tg la sera, segui trasmissioni di attualità, scorri la timeline di Facebook o di un altro social e dopo un po’ ti accorgi che il mondo fa schifo. Ma proprio tanto. Fulmineo un pensiero ti attraversa la mente. Un ricordo. Ma quando avevo vent’anni, quindi ormai vent’anni fa, il mondo faceva così schifo? Probabilmente sì. Pedofili, stupratori, ladri, assassinii, guerre, attentati, estremisti di vario ordine e tipo, omofobia, corruzione, droga e simili amenità esistono da quando esiste l’uomo. Ma le scie chimiche? Gli antivaccinisti? I complottisti? No, non credo siano sempre esistiti. E tutta questa enorme massa di “delinquenti”, dove per delinquente si intende chiunque commetta un reato, c’è sempre stata? Forse un tempo erano un po’ meno. A me personalmente fa male leggere certe notizie: bufale, estremisti, razzisti, complottisti, antivaccinisti, tragedie varie… Scusate ma ho proprio voglia di belle notizie. Notizie anche stupide volendo ma belle, positive, propositive. Altrimenti qua si esce di testa. Così ho deciso: provo a inaugurare una sezione “belle notizie”; è un piccolo sogno di quando ero ventenne e già allora mi sembrava che le brutture fossero troppe. Una sezione dove regni l’ottimismo, la positività, il bello del mondo. Perché ci sarà pure qualcosa di bello al mondo da salvare… o no? Oltre ad eventuali vostre segnalazioni, per una volta non segnalate solo bufale!, tratterò argomenti di vario ordine e tipo, tutti rigorosamente positivi. Ho voglia di belle notizie, ho voglia di credere che il mondo è sia un posto migliore di quanto sembri.

Come primo argomento vorrei raccontarvi qualcosa della Grande Muraglia Verde. Quanti di voi la conoscono o ne hanno sentito parlare? E pensare che ne ha parlato anche il Post, in un articolo letto davvero da pochi essendo uscito il 24 dicembre scorso. Sono questi i casi in cui bisognerebbe dire: CONDIVIDETE! NESSUNO NE PARLA! Altro che le false notizie, gli allarmismi infondati, i post acchiappa like… ma questo è un altro discorso.

Che cos’è la Grande Muraglia Verde? È un progetto tanto ambizioso quanto importante, presentato per la prima volta nel 1952 da Richard St. Barbe Baker, durante una spedizione nel Sahara. Egli propose una “barriera verde”, una fascia alberata larga cinquanta chilometri per opporsi all’avanzata del deserto. Devono passare cinquant’anni da quella prima proposta e venti dalla morte di Baker affinché l’idea venga riproposta al summit straordinario di N’Djamena (Ciad) in occasione della Giornata Mondiale per la Lotta alla Desertificazione e alla Siccità e altri tre anni per ottenere l’approvazione, nel 2005, dalla Conferenza dei capi di Stato e di Governo della Comunità degli stati del Sahel e del Sahara.

GrandeMurailleVerteIl progetto della Grande Muraglia Verde vede coinvolti ben 11 stati africani – Senegal, Gibuti, Eritrea, Etiopia, Sudan, Chad, Niger, Nigeria, Mali, Burkina Faso e Mauritania e ha lo scopo di creare una fascia di vegetazione – lunga oltre 7.000 chilometri e larga 15 – che va dalla Mauritania al Gibuti.

Questa fascia di vegetazione impedirà che la zona soggetta a desertificazione si sposti sempre più a sud e renderà di nuovo coltivabili delle aree diventate troppo aride. Il progetto, finanziato dalla Banca Mondiale e sostenuto dall’ONU, è stato accettato nel 2007 dall’Unione Africana (un’organizzazione che comprende 54 stati africani) e da allora gli stati coinvolti hanno iniziato a piantare gli alberi.

Nel 2014 Nora Berrahmouni, responsabile per la Fao della Great Green Wall Initiative, spiegava che la Grande Muraglia Verde è «un mosaico di sviluppo sostenibile, più che una barriera. Qualcuno dice che sarà un muro di alberi, ma non è così. È molto di più. È un programma di reale sviluppo economico per le popolazioni delle aree intorno al Sahara: per preservare la loro biodiversità, alleviare la povertà e creare un piano di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici, garantendo la sicurezza alimentare in tutta la regione».

L’obiettivo di questo progetto però, è decisamente più ambizioso del voler fermare l’avanzata del deserto:

  • riunire un numero ampio di Stati, diversi e a volte divisi fra loro, intorno a una comune visione africana, che rimetta al centro la popolazione locale, i suoi bisogni e le sue abilità.
  • aumentare la resilienza climatica per le comunità locali in una regione dove l’aumento delle temperature previsto entro il 2050 è di 3-5°C
  • aumentare le risorse alimentari per i venti milioni di persone che soffrono la fame ogni anno nel  Sahel
  • aumentare i posti di lavoro ‘verdi’, per fornire un reddito stabile alle donne e a i giovani africani
  • fornire una risposta alla crisi migratoria: si stimano sessanta milioni di persone impostate a migrare verso l’Europa dalle parti degradate dell’Africa entro il 2020
  • aumentare la pace e la sicurezza nel Sahel, dove i diversi conflitti in corso generano ogni anno milioni di profughi

Ci vorranno anni, forse un secolo. Ma in alcuni paesi quali  Burkina Faso, Senegal e Niger l’impiego di una tecnologia meccanizzata, nota come sistema Vallerani, ha già permesso di rigenerare oltre cinquantamila ettari di territorio agro-silvopastorale attraverso la piantumazione di alberi nativi. Questo comporta direttamente un incremento dei raccolti e ha dato modo di nutrire il bestiame.

Di tutti i paesi coinvolti nel progetto il Senegal pare essere il più attivo e anche il più all’avanguardia.

Il Senegal è l’avanguardia: ha terminato di redigere il piano tre anni fa e ha già sviluppato alcuni progetti pilota, «per dimostrare al mondo e alla popolazione che il progetto della Grande Muraglia è possibile: oltre 26 mila ettari sono già stati rigenerati (sugli 850 mila ettari previsti), attraverso piantumazioni (11 milioni di alberi e piante), recinzioni ma anche nuove attività produttive come i giardini polivalenti o l’ecoturismo».

Il New York Times ha scritto che il Senegal è diventato il paese leader del progetto e ha anche creato un’agenzia nazionale dedicata. Dal 2008 ci sono quattrocento persone che lavorano ogni anno da maggio a giugno alla selezione e alla preparazione dei semi, piantati poi in agosto da circa duemila persone, in tempo per non perdere la stagione delle piogge. Per i primi sei anni gli alberi vengono protetti dagli animali con delle recinzioni; le superfici sulle quali vengono piantati sono delimitate da strisce incolte, per proteggerli dagli incendi e permettere il passaggio del bestiame. In casi di emergenza – gli anni di maggiore siccità – viene concesso agli allevatori di portare i propri animali a pascolare nelle zone recintate. Sono state selezionate, da scienziati e abitanti del luogo, sei specie di alberi, sia per la loro resistenza sia per il loro utilizzo nello sviluppo dell’economia locale. Tra questi ad esempio l’Acacia del Senegal che può essere utilizzata per la produzione di gomma arabica e la Balanite Aegyptiacus o Dattero del deserto, utilizzato nell’alimentazione, nella mangimistica e nella cosmetica.  Come riportava il NYTimes nel 2014:

There are already discernible impacts on the microclimate, said Jean-Luc Peiry, a physical geography professor at the Université Blaise Pascalin Clermont-Ferrand, France, who has placed 30 sensors to record temperatures in some planted parcels.

“Preliminary results show that clumps of four to eight small trees can have an important impact on temperature,” Professor Peiry said in an interview. “The transpiration of the trees creates a microclimate that moderates daily temperature extremes.”

“The trees also have an important role in slowing the soil erosion caused by the wind, reducing the dust, and acting like a large rough doormat, halting the sand-laden winds from the Sahara,” he added.

Wildlife is responding to the changes. “Migratory birds are reappearing,” Mr. Boetsch said.

Ci sono già  impatti rilevanti sul microclima, ha detto Jean-Luc Peiry, professore di geografia fisica presso l’Université Blaise Pascalin  di Clermont-Ferrand, Francia, che ha posizionato 30 sensori per registrare le temperature in alcune gruppi di piante.

“I risultati preliminari mostrano che gruppi da quattro a otto piccoli alberi possono avere un impatto importante sulla temperatura”, il professor Peiry ha detto in un’intervista. “La traspirazione degli alberi crea un microclima che modera le temperature estreme che raggiunte durante il giorno.”

“Gli alberi hanno un ruolo importante nel rallentare l’erosione del suolo causata dal vento, nel ridurre la polvere, e agiscono come un grande zerbino ruvido, arrestando i venti di sabbia carichi dal Sahara”, ha aggiunto.

La fauna selvatica sta rispondendo ai cambiamenti. “Gli uccelli migratori stanno ricomparendo”, ha dichiarato Boetsch. [responsabile del team francese che collabora con il Senegal a questo progetto, NdTS]

Il progetto in Senegal utilizza otto stazioni sotterranee di pompaggio che riempiono dei bacini giganti che forniscono l’acqua per gli animali, il vivaio e i giardini dove si coltivano frutta e verdura. Circa duecentocinquanta donne trascorrono parte della giornata imparando nozioni di agricoltura e occupandosi del vivaio, portando a casa i “frutti dell’orto” e arricchendo così la loro dieta basata su latte e miglio.

Dal lancio del progetto ad oggi i maggiori successi si sono ottenuti nel ristabilire parte della fertilità delle terre del Sahel. Non solo il Senegal ha preso a cuore questo progetto:

Ethiopia: 15 million hectares of degraded land restored. Land tenure security improved

Senegal: 11.4 million trees planted. 25 000 hectares of degraded land restored

Nigeria: 5 million hectares of degraded land restored. 20 000 jobs created

Sudan: 2 000 hectares of land restored

La strada da fare è ancora tanta e sicuramente non priva di ostacoli. Quanto fatto fino ad ora però è di buon auspicio: se c’è la volontà qualsiasi diversità, qualsiasi contrasto, qualsiasi smania di potere può essere appianata per un fine ultimo più nobile. Un mondo migliore se vogliamo è davvero possibile.

Thunderstruck @ butac punto it

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