La rassicurante letteratura per l’infanzia

Con “letteratura per l’infanzia”, per definizione, ci si riferisce a quel settore dell’ambito letterario dedicato al pubblico più giovane e innocente, che tratta quindi tematiche “sicure” da parte di autori dedicati e competenti, con linguaggio appropriato volto a preservare la purezza del lettore. Più o meno.

La tradizione orale

Lasciamo stare le favole tradizionali, quelle che generalmente riconduciamo ai nomi dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen: sappiamo tutti che le versioni che ci ha propinato la Disney sono ben lontane da quelle originali, tramandate per secoli per via orale, nelle quali i re preparavano le bare per i figli perché, per capriccio, era venuto loro in mente di scommettere sul sesso dell’ultimo nato e poi, eventualmente, se era il caso, uccidere tutti gli altri.

La Sirenetta non ballava felice col principe Eric visto che ogni passo che faceva sulla terra le dava la sensazione di mille pugnalate alle gambe (e, oltretutto, alla fine lui sposava un’altra e lei diventava schiuma, una tristezza immane); nessun cacciatore salvava Cappuccetto Rosso e la nonna che erano state mangiate dal lupo e la Piccola Fiammiferaia finiva morta congelata sul marciapiede la notte di Natale (sì, ok, anche il cartone animato finisce così, ma la fanno sembrare una cosa positiva).

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Ecco, questa concezione di fiaba risale a un’epoca precedente a quella vittoriana, quando il bambino ha cominciato ad essere considerato “categoria protetta” da preservare dalle brutture del mondo più a lungo possibile, e dall’Inghilterra questa convinzione ha cominciato poi a prendere piede in tutto il mondo occidentale; prima di questa considerazione la fiaba era un racconto come un altro, senza intento pedagogico, destinata a bambini e adulti indistintamente, nessuna “novelletta” ma semmai impietose morali da far entrare nelle capocce dure di qualsiasi strato della popolazione, senza tanti giri di parole: se ti comporti male, è probabile che tu finisca morto. E certe volte è probabile che tu finisca morto anche se ti comporti bene ma sei nato povero. O se hai una botta di sfiga.

Insomma, it’s a hard life ed è bene cominciare a farci i conti fin da piccoli.

Pierino Porcospino

Una delle raccolte di raccontini e filastrocche tedesche più conosciute è quella di Pierino Porcospino, Struwwelpeter nella versione originale, scritta per il figlioletto di tre anni da un noto psichiatra di nome Hoffman (potrebbe essere un parente di quello dell’LSD?) nel 1844, come regalo di Natale.

La raccolta è corredata da illustrazioni dello stesso Hoffman, che il medico amava buttare giù per “tenere tranquilli” i suoi pazienti più piccoli: immagini così inquietanti che i bambini non potevano far altro che stare “tranquilli”, termine psico-pedagogico tedesco per “paralizzati dal terrore”. Le filastrocche volevano insegnare le norme del buon comportamento ai fanciulli, e le conseguenti punizioni se tali norme venivano trasgredite: ad esempio, nel caso che a qualche bambino, rimasto solo un attimo, fosse venuto in mente di succhiarsi i pollici, un sarto sarebbe sbucato dal nulla munito di forbicione, col preciso intento di mozzarglieli, ed ovviamente non sarebbero mai più ricresciuti, condannando l’infante a una vita da invalido. Non esisteva perdono.

Struwwelpeter risale all’epoca romantica, che non ci andava di certo leggera con i dettagli macabri, e come abbiamo detto il periodo successivo, per quanto riguarda la letteratura anglosassone, non è stato molto più rassicurante…

Jonathan Swift

Jonathan Swift, autore de I viaggi di Gulliver, romanzo definito anch’esso “per ragazzi” (ma la definizione è opinabile, come minimo) decide di dare subito una botta alla convinzione tutta vittoriana che i bambini fossero una categoria di “intoccabili”, e non solo nasconde sotto le mentite spoglie di una fiaba per animi innocenti una ferocissima satira politica, ma tanto per rimanere sul leggero scrive Una modesta proposta per evitare che i figli degli Irlandesi poveri siano un peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli un beneficio per la comunità, proponendo quindi (in una prosa che non vuole convincere il lettore, tanto è lapalissiano che il proponente ha tutte le ragioni dalla sua parte e dà quindi per scontato che chiunque riconosca la validità della sua tesi) di usare gli infanti come cibo, e illustrando tutti i vantaggi di questa geniale trovata, con tanto di calcoli peso per costo alla libbra e, se fosse esistito Excel, grafici a torta.
Un’idea così geniale che poteva essere una soluzione a qualsiasi problema: alla mancanza di rifornimenti sulle tavole di chi poteva permettersi di comprare carne; alla miseria delle famiglie che non potevano sfamare tutti i frutti di un’epoca in cui il controllo delle nascite era pura fantascienza; alla disastrosa economia nazionale irlandese, che ne sarebbe uscita senza alcun dubbio rinfrancata.

Ovviamente, Swift stava scherzando/satirizzando, ma lo capirono in pochi, così pochi che quasi gli tolsero la tutela dei figli.

Lewis Carroll e la sua Alice

Se vogliamo focalizzarci sull’Inghilterra e sull’epoca vittoriana vera e propria, abbiamo una lampante testimonianza di quello che stavamo dicendo sul bambino-categoria-protetta in Lewis Carroll e la sua Alice in Wonderland. Naturalmente anche in questo caso siamo ben lontani dall’adattamento della Disney, che è poi l’unione del primo volume delle vicende di Alice e del suo seguito, Through the Looking-glass, and what Alice found there.

Entrambe le opere si oppongono ferocemente, seppur in maniera abilmente mascherata, a questa concezione del bambino: siccome gli adulti sono rappresentati come degli individui praticamente schizofrenici e senza il minimo senso (della realtà, della coerenza, della ragione), al bambino viene dato il ruolo opposto, quello del detentore della logica e della razionalità, che nel naturale ordine delle cose spetterebbe ai grandi; ne risulta un personaggio petulante, tronfio e piuttosto fastidioso, almeno dal punto di vista di un lettore adulto. Invece il bambino, che si identifica nella piccola Alice, ricava un certo senso di soddisfazione dalla supremazia logico-intellettuale dell’insopportabile mocciosa sull’adulto folle e sconclusionato.

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Ma soprattutto (e qua scadiamo nella pruriginosa ricostruzione scandalistica in stile Novella 2000, non potendo avere la rigorosa certezza che queste “voci” siano corrette e veritiere), allo spettabile reverendo autore dell’opera piacevano le bambine: Alice Liddell era infatti la favorita tra le sue piccole amiche. Alice in Wonderland nasce come trascrizione di un racconto narrato a lei e alle sorelline durante una gita in barca. Esistono centinaia di lettere che Lewis Carroll scriveva alle sue “piccole amiche”, lettere per lo più innocenti; e svariate fotografie, che il reverendo scattava di persona e collezionava. Pare che all’epoca, contrariamente a quanto succede oggi (specialmente se lasciate nelle mani di un uomo di fede), i genitori non avessero niente in contrario a permettere che le proprie figlie venissero fotografate parzialmente nude da un uomo adulto, e bisogna ammettere che, per quel che ne sappiamo, tale uomo adulto le bambine seminude non le ha mai toccate. Ma ahimè quello che faceva poi in casa sua di quelle foto non ci è dato sapere.

Conclusione

La letteratura per l’infanzia: pubblico giovane e innocente, dicevamo, tematiche sicure, autori dedicati e linguaggio appropriato. Per definizione. Forse una definizione migliore prevede un condizionale: dovrebbe preservare la purezza del lettore. Si sa, il condizionale è d’obbligo. O per lo meno, oggi come oggi, piuttosto opportuno.

noemi @ butac punto it

[Articolo originariamente apparso a febbraio 2012 su Leganerd.com]

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