Black Lives Matter

Breve cronistoria del movimento.

La notte del 8 agosto 2014 a Ferguson, sobborgo a nord di Saint-Louis, Missouri, il giovane Mike Brown fu ucciso da un colpo di arma da fuoco partito dalla pistola del poliziotto Darren Wilson. Quel fatto diede vita a una serie di manifestazioni spontanee che criticavano l’atteggiamento della Polizia nei confronti delle persone di colore.

L’episodio di Ferguson fu la classica goccia che fece traboccare il vaso, ma anche in precedenza si erano registrati abusi e omicidi (legittimi o meno) da parte di un rappresentante caucasico delle Forze dell’ordine nei confronti di un nero. Trayvon Martin era un diciassettenne afroamericano e fu ucciso da George Zimmerman, membro di una ronda armata di vigilantes, il 26 febbraio 2012. Nel giugno 2013 Zimmerman venne assolto dall’accusa di omicidio di secondo grado e in seguito alla decisione del giudice cominciò a girare in rete l’hashtag #BlackLivesMatter (Le vite dei neri contano), spesso abbreviata in BLM.

Adrees Latif/Reuters

Adrees Latif/Reuters

Si cominciò ad associare quell’hashtag a vari casi di violenza e ingiustizia nei confronti della popolazione di colore e si creò un movimento attorno agli ideatori del termine. Anche durante le proteste di Ferguson, il gruppo riconoscibile dai cartelli che recavano questa scritta era il più numeroso e organizzato e a ogni protesta, la loro importanza mediatica non faceva altro che ingrandirsi, dando loro la possibilità di creare dei gruppi locali in ogni città a stelle e strisce.

Emuli e avversari

Come molte iniziative nate in rete diventò virale, generando una serie di “correnti”: la più conosciuta fu senza dubbio “All Lives Matter” che puntava a mettere in chiaro che le vite di ogni persona contano, senza discriminazioni di sorta. Nonostante le loro buone ragioni, però, trovarono forte contrasto da parte del BLM, che era nato per contrastare un trattamento discriminatorio nei confronti dei neri: avallare uno slogan del genere era una negazione della realtà dei fatti.

"All Houses Matter" by ChainsawSuit. Link all'originale: http://chainsawsuit.com/comic/2016/07/07/all-houses-matter-the-extended-cut/)

“All Houses Matter” by ChainsawSuit. Link all’originale)

Su questo dibattito si espresse anche Obama, che partecipò ai convegni organizzati da entrambi i gruppi,

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama

Penso che la ragione dell’utilizzo della frase “Black Lives Matter” da parte degli organizzatori non suggerisca che le vite degli altri non contino… piuttosto che stiano puntando il dito su un problema che colpisce specificatamente la comunità afro-americana e non le altre comunità. È questo il senso migliore che si possa dare alla frase.

Ovviamente venne creato anche un Blue Lives Matter, che si ergeva a difesa del lavoro dei poliziotti: recentemente c’è stata una polemica legata al fatto che un commesso di Walmart, nota catena di supermercati americana, ha rifiutato di decorare una torta con quella scritta, ritenendola offensiva.

Quando le persone dicono che le vite dei neri sono importanti, non significa che le vite dei poliziotti non contino; significa solo che tutte le vite sono importanti, ma al momento ci si deve soffermare sui dati che mostrano che le persone di colore sono molto più vulnerabili in questo tipo di incidenti.

Questa dichiarazione di Obama fu seguita dalla lettura di alcuni dati del 2015, che mostravano che in una situazione simile, i colpi sparati dai poliziotti nei confronti dei neri erano più del doppio di quelli esplosi contro i bianchi.

In realtà sul numero totale di vittime, 990, i bianchi rimasti uccisi sono il doppio dei neri, ma i bianchi rappresentano oltre il 60% della popolazione americana, mentre i neri solo il 12%, quindi si evince che è molto più facile per i neri rimanere vittima di questi episodi. Qui l’articolo in inglese del Denver Post, in cui si elencano i vari dati.

Black Lives Matter nello sport

Veicolare un messaggio antirazzista tramite lo sport non è certo una cosa nuova: fu eclatante la protesta di Tommie Smith e John Carlos durante la premiazione dei duecento metri piani alle olimpiadi di Messico ’68, quando entrambi alzarono al cielo un pugno coperto da un guanto nero per protestare contro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti.

Da sinistra: Peter Norman, Tommie Smith e John Carlos (Associated Press)

Da sinistra: Peter Norman, Tommie Smith e John Carlos (Associated Press)

Famosissima è anche la storia di Muhammad Ali, nato Cassius Clay e diventato musulmano e amico di Malcom X, che preferì perdere il titolo di Campione del mondo dei pesi massimi e la libertà, piuttosto che rispondere alla chiamata per combattere la guerra in Vietnam.

«Non ho niente contro i vietcong, loro non mi hanno mai chiamato "negro".» (Bettmann/Getty Images )

«Non ho niente contro i vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro”.» (Bettmann/Getty Images )

Come, allo stesso modo, è noto il supporto al movimento BLM di molte celebrità del basket, mostrato indossando magliette con lo slogan “I can’t breathe” (Non riesco a respirare, una delle ultime frasi pronunciate da Eric Garner, morto per una manovra proibita mentre veniva arrestato).

REUTERS/USA Today Sports/Robert Deutsch

Lebron James (REUTERS/USA Today Sports/Robert Deutsch)

Kobe Bryant (AP Photo/Jae C. Hong)

Kobe Bryant (AP Photo/Jae C. Hong)

Di recente, lo sportivo che viene associato maggiormente alla protesta è Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, che durante una partita della pre-season decise di sedere a terra durante l’inno nazionale statunitense in cui si invita a stare in piedi, mostrando rispetto.

Kaepernick siede durante l'inno (Associated Press)

Kaepernick siede durante l’inno (Associated Press)


Non voglio stare in piedi mostrando orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze. Per me, questo è molto più importante del football e sarei un egoista se facessi finta di non vedere. Ci sono corpi nelle strade e
gli autori di quegli omicidi vengono pagati e lasciati a piede libero.

La vicenda fece molto scalpore, in uno sport conservatore come il football americano, costringendo la squadra a rilasciare una dichiarazione:

L’inno nazionale è e sarà sempre una parte speciale della cerimonia pre-partita. È un’opportunità per onorare il nostro paese e riflettere sulle grandi libertà che abbiamo, come cittadini. Nel rispetto dei princìpi americani come la libertà di religione e la libertà di espressione, riconosciamo il diritto di un individuo di scegliere se partecipare, o no, alla nostra celebrazione dell’inno nazionale.

Kaepernick in ginocchio durante l’inno (Thearon W. Henderson, Getty Images)

Il giocatore, in seguito, decise di modificare la modalità della protesta, appoggiando un ginocchio a terra, per non mancare di rispetto alle centinaia di soldati e veterani impegnati anch’essi nella protesta.

Federico M.

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