La crisi dei videogiochi

Nel mondo d’oggi, in special modo nel sottobosco nerd, c’è molto più relativismo nelle valutazioni delle opere – utilizziamo questo termine nel senso più ampio possibile – degli anni passati: abbiamo assistito a gente che demonizzava i Beatles, che rivalutava i film di Tomas Milian e che sosteneva l’impossibilità di essere andati sulla Luna con i mezzi del 1969. Su una cosa, però, se fate la domanda, il 95% dei giovani gamers sarà d’accordo: il videogioco più brutto della storia è stato ET l’Extraterrestre per Atari 2600, tanto che la casa madre ha finito per seppellirne un numero di cartucce nell’ordine di milioni in una discarica di Alamogordo, nel New Mexico.

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Cominciamo con le basi: l’Atari è – anche se sarebbe meglio dire era – una società statunitense produttrice di videogiochi, console domestiche e arcade; fondata nel 1972 da Nolan Bushnell e Ted Dabney è considerata la società che più di ogni altra ha contribuito alla nascita dell’industria videoludica. Tra i suoi successi vanno annoverati PONG, Asteroids, Centipede e l’Atari 2600, tra le più vendute console di sempre, ed ha cessato di esistere nel 1984: non troppo casualmente, l’anno dopo la distribuzione di E.T. Che i due fondatori ci vedessero lungo è dimostrato dal fatto che già nel 1966, vedendo un videogioco funzionante all’Università dello Utah, intuissero le potenzialità di uno sfruttamento commerciale dello stesso; e dopo un primo fallimentare tentativo con Computer Space, gioco forse troppo difficile, fecero centro già al secondo con Pong.

Il nome dell’azienda venne scelto fra una delle situazioni possibili del Go, gioco da scacchiera cinese in cui Atari è più o meno il corrispondente dello Scacco, e nel giro di pochi anni l’industria iniziò a fatturare milioni di dollari. Dopo aver rischiato la bancarotta nel 1974, due anni dopo Atari comprese per prima le possibilità del mercato casalingo dei videogiochi e realizzò una macchina in grado di riprodurre sul televisore di casa propria i giochi nei cassonati da bar: era nata l’Atari 2600, che per molti anni fu una console che batté ogni record di vendita, anche se la commercializzazione e la distribuzione della stessa non furono più curati dalla Atari ma dalla Warner, a cui Bushnell vendette l’azienda conscio di non possedere i mezzi per un lancio pubblicitario all’altezza delle potenzialità di vendita della console.

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Il periodo Warner fu assolutamente incredibile: a un certo punto la divisione Atari – che comprendeva oltre alle console e agli arcade anche i computer Atari 400 e 800 – fatturava un terzo dell’intero gruppo e la sua crescita viene sempre raccontata come una delle società di maggiore successo della storia. Purtroppo, se i programmatori della Atari – sul cui stile di vita a base di idromassaggi, droghe, alcolici e donne esistono così tanti aneddoti che non ne vale la pena di riportarne qui uno in particolare – avevano effettivamente un grande fiuto e produssero in serie capolavori videoludici come Breakout e Asteroids convertiti direttamente dalle loro versioni da bar, ma anche titoli in esclusiva che hanno segnato la storia della console come l’avventura grafica Adventure, Pitfall!, Yars’ Revenge e Raiders of the Lost Ark (tenete a mente questi ultimi due), lo stesso non si poteva dire dei loro responsabili commerciali che proiettando le vendite di console e videogiochi nei mesi futuri sottovalutarono il rischio di una saturazione del mercato. Nel 1982 il debutto di altre console come l’Intellivision della Mattel ed il ColecoVision della Coleco non misero in dubbio il predominio dell’Atari 2600 solo in virtù dell’ampiezza del suo parco giochi già disponibile, e per la diffusione quasi capillare della console stessa fra gli appassionati: l’apertura ufficiale allo sviluppo di giochi da parte di terzi, dopo che Atari aveva perso una causa contro un gruppo di suoi ex programmatori che avevano nel frattempo fondato la Activision, ed il conseguente numero di giochi di bassa – per non dire infima – qualità che apparvero sul mercato inondandolo innescarono il declino. Il colpo di grazia alla console lo diedero due videogiochi: Pac-Man ed E.T., ma per due ragioni completamente differenti: il primo, che trainato dal successo della versione arcade vendette la bellezza di sette milioni di copie, nonostante fosse una conversione molto distante dall’originale a causa dei limiti tecnici della console stessa, venne però distribuito nell’immane numero di dodici milioni di esemplari, con il risultato che quasi il 45% delle copie rimase nei magazzini dell’Atari. Per quanto riguarda E.T., invece, la storia si complica: dopo il grande successo del film, per convincere Spielberg a lasciare i diritti del gioco alla Atari, la Warner – che sperava di convincere il regista a lavorare con loro in futuro – pagò venti milioni di dollari, una cifra enorme per l’epoca; per realizzarlo venne scelto Howard Scott Warshaw che si era già distinto con Yars’ Revenge e Raiders of the Lost Ark, un altro gioco basato su un film di successo.

Il problema maggiore fu nel fatto che a Warshaw vennero concesse solo cinque settimane per realizzare il gioco e mandarlo sugli scaffali dei negozi per Natale, e che il programmatore stesso scelse di privilegiare alcuni aspetti “emozionali” del gioco a scapito di quelli tecnici: il risultato fu un disastro, e siccome anche di E.T. erano state realizzate milioni di cartucce – cinque, secondo le fonti – Atari si ritrovò con i magazzini stracolmi e con debiti enormi da risanare. Non ci riuscì più, in parte perché i neonati home computer le stavano rubando la scena, facendo presa nell’immaginario collettivo dei genitori presentandosi come macchine per far studiare i loro ragazzi e non esclusivamente per giocare; in parte perché andò in crisi l’intera industria delle console, fra sovraffollamento – nel 1983 esistevano dodici console differenti sul mercato, ognuna con un parco giochi incompatibile con le altre, e l’anno precedente era stato riversato sul mercato un quantitativo di cartucce doppio rispetto alla media – e scarsa qualità dei titoli proposti; in parte perché l’hardware delle console più longeve e più vendute era ormai irreparabilmente datato. Come dimostrato da successivi scavi – ci sono ben due film che se ne occupano, ma il migliore è il documentario Atari: Game Over – vennero effettivamente sepolte moltissime cartucce in una discarica di Alamogordo, non tanto per vergogna del prodotto, quanto per cercare di liberare almeno un po’ i magazzini di un’azienda che stava lentamente andando in fallimento e di cui la Warner cercava disperatamente di liberarsi; solo il 10% circa di esse sono cartucce di E.T., il resto sono pezzi di giochi anche famosi, ma che in quel momento non avevano più un mercato sul quale poter essere venduti.

Personalmente, dopo averlo provato per mezzo di un emulatore, posso dire che per essere stato realizzato in così poco tempo e su un hardware così limitato, E.T. non è nemmeno così malvagio: il gioco era oggettivamente difficile e non troppo accattivante, ma non era poi molto peggiore della maggioranza dei titoli dell’epoca e trovo sintomatico che le recensioni peggiori arrivino da giornalisti molto giovani, che non hanno memoria della computer grafica degli inizi; è stato comunque un punto di svolta sia per la Atari, per le ragioni che abbiamo visto sopra, che per il suo creatore, che dopo avere svolto molti altri lavori differenti oggi fa lo psicanalista nella Silicon Valley, ricordando ogni tanto con rimpianto i ruggenti inizi dell’industria videoludica.

Anche il bravo e divertente Alessandro Apreda (il Dott. Manhattan) aveva parlato di Atari nel suo Antro Atomico, a dicembre 2015.

Spider Jerusalem

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