La grandissima squadra di basket di cui non avete mai sentito parlare

Se si guarda una partita qualsiasi dell’NBA, il massimo campionato professionistico mondiale di basket, si potrà notare facilmente che la maggior parte dei giocatori sul parquet è di etnia afroamericana.

Io, come la maggior parte degli spettatori di questo sport, sarei spinto a credere che la pallacanestro sia sempre stato lo sport per eccellenza dei neri americani, ma non è così.

Il clima fortemente razzista degli Stati Uniti all’epoca della nascita del basket, in cui vigeva il famigerato “Separati, ma uguali”, dottrina legale che si basava sulla segregazione e separava le razze per non “contaminarle”, non favorì di certo l’integrazione degli sportivi di colore.

Ma le cose erano destinate a cambiare: nel quartiere newyorkese di Harlem era in atto una rivoluzione culturale e artistica che venne ribattezzata Rinascimento di Harlem. Musicisti, cantanti, pittori dichiaravano il proprio rifiuto di scimmiottare gli omologhi bianchi, rivendicando le proprie radici africane, sopravvissute alla tragedia della schiavitù. Un palazzo per ricevimenti e sala da ballo prese il nome di Harlem Renaissance Casino e fu la culla di questa storia.

L’Harlem Renaissance Casino (blackfive.com)

Erano gli anni ’20 e Jackie Robinson, primo giocatore afroamericano di baseball, era appena nato.

Robinson, come di norma per i giocatori afroamericani in trasferta, era spesso era costretto a dormire in alberghi di quart’ordine, mentre i colleghi bianchi alloggiavano nei migliori hotel della città. Nel suo caso, colui che abbatté le barriere della discriminazione fu Branch Rickley: presidente dei Brooklin Dodgers, notò la situazione e lo mise sotto contratto, prelevandolo dalla Lega dei Neri (Negro League) nel 1947, venticinque anni dopo i fatti di Harlem.

Il signor Rickley non era animato da chissà quale spirito anti-segregazionista: era un semplicissimo direttore generale che aveva ingaggiato un giocatore in base alla sua resa in campo, fregandosene del colore della pelle. Ovviamente andò incontro ad aspre critiche, subendo la rivolta di alcuni dei giocatori caucasici che aveva a libro paga (e che non lo rimasero per molto).

Ma torniamo a quasi tre decadi prima.
Stiamo parlando degli anni Venti, quindi non si pensi alle moderne arene da settantamila spettatori seduti e ragazze ponpon durante l’intervallo: di fatto era la partita stessa a rappresentare l’intervallo di una serata danzante. A fine match i canestri portatili venivano spostati, le sedie riposte e l’orchestra riprendeva a farla da padrone. Spesso il campo era recintato da una gabbia, utile a proteggere gli spettatori. Non era valido il contrario, però: capitava che l’apporto dei sostenitori consistesse nel lasciare lividi ed escoriazioni più o meno visibili ai malcapitati avversari.

Era in questa cornice che il caraibico Bob Douglas faceva esibire i suoi ragazzi: una squadra chiamata New York Renaissance e composta esclusivamente da giocatori di colore. Il compito del presidente/allenatore era di organizzare le partite, con un unico fondamentale requisito: la struttura che ospitava l’incontro doveva versare loro una percentuale sugli incassi, prima dell’inizio della gara.

Il New York Renaissance Basketball Team

Il New York Renaissance Basketball Team

Visti i tempi che correvano, ai neri non era permesso sfidare degli omologhi bianchi in una competizione ufficiale, quindi si arrabattavano a giocare contro chiunque potesse pagare per la loro presenza: si andava dalla sfida contro i bianchissimi Original Celtics, in quella che poteva tranquillamente essere considerata la partita tra le due squadre più forti del paese, alle partite “da dopolavoro” contro rivali ben meno preparati di loro.

Il record finale dei Renaissance, noti ai più come “Rens”, fu qualcosa di assolutamente impensabile per una franchigia moderna. Basti pensare che i San Antonio Spurs (squadra in cui Marco Belinelli è diventato il primo italiano a vincere un titolo NBA) hanno una percentuale di vittorie totali intorno al 60%; i Rens hanno viaggiato intorno all’85%. A parità di numero di partite, si intende.

Ma il principale merito di Douglas non sta nei freddi numeri: riuscì ad elevare lo status sociale dei suoi giocatori, della sua arena, della sua gestione, grazie a iniziative che sono diventate modus operandi cinquant’anni dopo.

Antepose al cliché che voleva i neri come inutili lavativi una corazzata di professionisti ante-litteram che si rifiutava di cercare nel razzismo degli alibi per la sconfitta. Voleva insegnare all’uomo bianco, ma soprattutto alla comunità nera, che erano più forti di tutto, che non tolleravano mezzucci e trucchi e non sottostavano alla visione che li voleva al proprio posto, dietro al “padrone” bianco.

I bianchissimi Original Celtics, anch’essi di New York, lo avevano capito benissimo: erano note le amicizie tra i giocatori delle due squadre e la stima tra le due dirigenze. Erano stati parecchi i casi in cui la partita tra le due squadre era saltata perché i Celtics rifiutavano di scendere in campo dopo aver saputo che gli avversari non avevano trovato un posto dove dormire (spesso e volentieri, soprattutto al sud, i Rens erano costretti a dormire in prigione, dato che gli alberghi non davano loro alloggio). I Rens, nei primi anni Quaranta, avevano più volte richiesto alla Basketball Association of America (lega che si fonderà con la rivale National Basketball League, formando l’odierna NBA) di essere ammessi tra le loro fila, venendo sempre rifiutati a causa del colore della loro pelle. Leggenda vuole che i Celtics, nonostante fosse la lega stessa ad invitarli, rifiutassero sempre per via dell’affronto fatto ai loro rivali storici.

La cosa curiosa è che mentre c’era una squadra di bianchi che li riteneva pari grado, esisteva una squadra di neri di Chicago, poi spostatasi ad Harlem, che non la pensava alla stessa maniera. Quella squadra erano gli Harlem Globetrotters.

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Gli Harlem Globetrotters con le loro tipiche divise nel 1969

Lo stile da avanspettacolo dei Trotters era l’antitesi del lavoro di integrazione, volente o nolente, messo in atto da Douglas: venivano considerati come gli schiavi di casa che servivano a far divertire il padrone. Le schermaglie verbali tra i due club non mancarono mai, ma prima che gli stessi potessero misurarsi sul campo dovettero passare diversi anni, data la ritrosia dei Globetrotters ad accettare la sfida.

La partita si tenne in un campionato ad inviti riservato alle migliori squadre del paese, nel 1939.

Fu organizzato da un giornalista di Chicago, Arch Ward, e annoverò sorprendentemente anche i Rens e i Globetrotters. I maligni dicono che le due squadre di Harlem furono posizionate nella stessa parte del tabellone per scongiurare una possibile finale tra squadre di neri.

La partita con i Trotters finì 27-23 in favore dei Rens, che imposero il loro gioco fisico e concreto in contrapposizione al frizzante e ridanciano stile degli avversari.

Quel torneo vide la vittoria finale dei cinque neri di Harlem che poterono fregiarsi del titolo di Campioni del Mondo benché dilettanti a tutti gli effetti.

Kareem Abdul-Jabbar, attuale detentore del record NBA di punti segnati in carriera a quasi trent’anni dal ritiro, scrisse un libro e girò un documentario dedicato alla squadra del quartiere in cui era nato e il sottotitolo di queste opere era abbastanza esplicativo: “La storia della grandissima squadra di cui NON avete mai sentito parlare”.

Federico M.

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