Storie dietro alle canzoni: “Jeremy” dei Pearl Jam

Jeremy è probabilmente una delle più famose canzoni dei Pearl Jam, se non la più famosa. Di certo è quella che li ha portati alla ribalta e fatti conoscere al grande pubblico nel 1992, quando è uscita come terzo singolo del loro primo album, Ten, del 1991, uno degli album più conosciuti della grande ondata grunge degli anni Novanta. Complice anche un video di forte impatto emotivo, i Pearl Jam sono arrivati in heavy rotation su Mtv.

Eddie Vedder, leader del gruppo e compositore del testo, non è stato felice di tutto questo successo derivante da un pezzo che gli riportava alla mente eventi e ricordi drammatici. Al di là del testo e dell’ispirazione della canzone, Vedder non avrebbe voluto diventare famoso, tantomeno con questa canzone, ispirata a fatti di cronaca reali. Invece è esattamente ciò che è successo, tra l’altro con un video che doveva essere girato da un suo amico, Chris Cuffaro, che invece venne sostituito per ordine della casa discografica da Mark Pellington, causando al cantante ulteriore stress, tant’è vero che dopo il videoclip di Jeremy i Pearl Jam hanno aspettato anni per rilasciare un altro video, che comunque non vedeva loro come protagonisti (non che lo fossero nel video di Jeremy – Pellington aveva praticamente tagliato tutte le parti in cui comparivano i musicisti, lasciando qualche primo piano ad effetto di Vedder e basta). Nel 1993 il videoclip vinse quattro Mtv Video Music Awards.

In una ormai celeberrima intervista Vedder ha dichiarato che l’ispirazione per il pezzo gli è venuta dal trafiletto di un giornale in cui si raccontava del suicidio di un ragazzo, avvenuto a scuola di fronte a tutta la classe con una pistola.

It came from a small paragraph in a paper which means you kill yourself and you make a big old sacrifice and try to get your revenge. That all you’re gonna end up with is a paragraph in a newspaper. Sixty-four degrees and cloudy in a suburban neighborhood. That’s the beginning of the video and that’s the same thing in the end; it does nothing … nothing changes. The world goes on and you’re gone. The best revenge is to live on and prove yourself. Be stronger than those people. And then you can come back.

È nato tutto da un trafiletto in un giornale, il che significa che ti ammazzi e fai questo gran vecchio sacrificio cercando di ottenere la tua vendetta, e tutto quello che ottieni, alla fine, è un trafiletto sul giornale. 64 gradi [Farenheit], cielo nuvoloso in un quartiere suburbano. È l’inizio del video ed è anche la sua fine; non è successo niente… non è cambiato niente. Il mondo continua a girare, e tu non ci sei più. La miglior vendetta è vivere e metterti alla prova. Essere più forte delle persone di cui vuoi vendicarti.

later_days_by_izabelmarruphoLa storia di Jeremy è ormai famosa, e lo è diventata poco dopo l’uscita del singolo, quando la ferita era ancora fresca e la famiglia non apprezzava particolarmente questo genere di attenzioni. Oltretutto, la seconda parte del testo è ispirata a un’altra vicenda simile, quella di un compagno di scuola di Vedder con il quale aveva avuto degli alterchi, che non ha finito per suicidarsi ma “solo” per ingaggiare una sparatoria a scuola. Intrecciandosi le due vicende hanno dato vita a un personaggio che è rimasto nell’immaginario collettivo come un ragazzino sofferente, rabbioso, ignorato dai genitori, che disegna soli giallo limone e se stesso, sulla cima di una montagna: king Jeremy the Wicked.

Vedder ha ribadito nel 2009 il suo bisogno di scrivere della storia di Jeremy: “the need to take that small article and make something of it—to give that action, to give it reaction, to give it more importance”. Sono passati venticinque anni e Jeremy è una delle più famose canzoni dei Pearl Jam, passata su MTV più o meno quanto Smells like teen spirit dei Nirvana, ma anche una delle canzoni più fraintese nelle intenzioni (più o meno quanto Smells like teen spirit dei Nirvana), più abusate dall’establishment discografico e più tristi degli anni Novanta, sia per la sua ispirazione che per tutta la disillusione che ruota intorno a un pezzo che voleva essere un tributo e che è diventato un tormentone.

The song, I think it says a lot. I think it goes somewhere… and a lot of people interpret it different ways and it’s just been recently that I’ve been talking about the true meaning behind it and I hope no one’s offended and believe me, I think of Jeremy when I sing it.

La canzone… ecco, penso che dica moltissimo. Penso che abbia uno scopo… molte persone la interpretano in altre maniere ed è solo recentemente che ho spiegato il vero significato che c’è dietro, spero che nessuno si sia offeso e credetemi, penso a Jeremy quando la canto.


Ho cercato la storia di Jeremy. Ho trovato alcuni siti in inglese, uno in particolare che mi ha aiutato molto, in cui una delle prime cose che ho letto è stato uno statement di sua madre.

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I had been approached by reporters who knocked at my door uninvited, my phone rang at odd hours with some stranger wanting to know why he did it, notes left on my door or in my mailbox and the found that a group had written a song that was in heavy rotation on MTV. The song was “Jeremy” by Pearl Jam. It made them famous. It caused me to sell my house and move.

For the past 18 years I have gotten those same notes and phone calls even though I moved away from Richardson. The notes now come from Germany and England as well as the U.S. They always want the same thing. They want a piece of information or something that belonged to Jeremy. When I visit his grave, I often find notes and artifacts left behind by “fans”. There are a large number of websites dedicated to Jeremy that spread misinformation and half truths offered by people who claim to have known him well enough to have inside information. Those people somehow gain status in those forums frequented by young teenagers who have some perverse idea that what he did was really cool. Always, always they are lured by the song and speak to their adoration of Eddie Vedder. My anguish is just as deep with each call, note, or email.

Sono stata avvicinata da giornalisti che bussavano alla mia porta anche se non erano stati invitati, il mio telefono suonava a tutte le ore ed era qualche sconosciuto che voleva sapere perché l’aveva fatto, biglietti lasciati sulla porta o nella cassetta della posta e la scoperta che un gruppo aveva scritto una canzone che era in heavy rotation su MTV. Quella canzone era “Jeremy” dei Pearl Jam. Loro, li ha resi famosi. Io ho dovuto vendere la mia casa e trasferirmi.

Negli ultimi diciotto anni ho ricevuto gli stessi biglietti e le stesse telefonate anche dopo aver lasciato Richardson. Adesso i biglietti arrivano non solo dagli Stati Uniti ma anche dall’Inghilterra e dalla Germania. Tutti vogliono la stessa cosa: qualche informazione, qualcosa che apparteneva a Jeremy. Quando visito la sua tomba trovo spesso oggetti e biglietti lasciati dai “fan”. Ci sono molti siti internet dedicati a Jeremy che diffondono false informazioni e mezze verità offerte da persone che sostengono di aver conosciuto Jeremy abbastanza bene da sapere davvero cosa è successo. Queste persone, in qualche modo, guadagnano notorietà in forum frequentati da adolescenti con l’idea perversa che quello che Jeremy ha fatto sia davvero grandioso. Sono sempre affascinati dalla canzone ed esprimono la loro adorazione per Eddie Vedder. Ogni biglietto, telefonata o email non fa altro che rinnovare la mia angoscia.

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Eddie Vedder porta il protagonista del video di Jeremy sul palco per accettare il Best Video Award di MTV nel 1993

La madre di Jeremy compare in prima persona nella canzone, e non sono parole tenere, sembra infatti che la responsabilità del suicidio del ragazzo ricada in primis sui genitori: Daddy didn’t give attention to the fact that mommy didn’t care, Papà non ha mai fatto caso al fatto che a mamma non gliene fregasse niente.

Non oso immaginare cosa può aver provato una madre che ha appena perso il figlio nel sentirsi rivolgere parole del genere da uno sconosciuto in heavy rotation su MTV. Ma non possiamo davvero sapere quali fossero i rapporti di Jeremy con i membri della sua famiglia. Se anche volessimo ricostruire i risvolti oscuri della vicenda, essi arrivano a un livello troppo personale per potere (e volere) scavare fino in fondo. Cercando di capire cosa era successo a Jeremy Wade Delle, partendo dal testo dei Pearl Jam, mi sono resa conto che ci sono elementi che sarebbe utile sottolineare. Perché i Pearl Jam, anche se involontariamente, non sono riusciti a rendergli giustizia, la sua breve esistenza non gli ha reso giustizia e se c’è una possibilità di parlare della storia di una persona a cui nessuno ha mai reso giustizia voglio fare quello che posso. I think of Jeremy when I sing it.


Secondo il report della polizia, il padre non sembra essere stato particolarmente colpito dall’annuncio morte del figlio:

report1

Mr. Delle was not sensitive at all about his son just committing suicide. He did not appear to me to be a concerned parent. He showed no emotion, remorse or anything else, concerning the death of his son.

report2

Mr. Delle was very upset, cursing and raising his voice because I had informed his ex-wife about the death of their son.

report3

Mr. Delle went into (sic) see his ex-wife at which time she did go into hysterics. She broke down more so with him than she had with me. He came back out, still cursing and making a scene.

Da questo racconto emerge un’immagine del padre di Jeremy con la quale riusciamo scarsamente a empatizzare: Joseph Delle “fa scene” e bestemmia, prendendosela con il poliziotto quando scopre che la ex moglie è stata informata della morte di loro figlio senza che lui avesse dato il permesso. La madre ha una reazione comprensibilmente isterica, il padre invece rimane freddo, e “non mostra nessun tipo di emozione, rimorso o altro nei confronti del figlio che si è appena suicidato.” Ma questo è il punto di vista di un particolare agente, e ognuno reagisce al dolore come può. Chissà cosa passava davvero per la testa dei genitori in quel momento… e negli anni precedenti.

Jeremy era nato nel 1975 a Dallas. Aveva una sorella più grande. I genitori avevano divorziato quando lui era ancora piccolo, e si erano risposati entrambi. Lui aveva vissuto con la mamma e la sorella in un sobborgo di Dallas fino all’età di 15 anni, ma in seguito a un primo tentativo di suicidio la custodia da parte della madre era diventata “unworkable or inappropriate under existing circumstances”, e così Jeremy era andato a vivere dal padre a Richardson. Fino ad allora la carriera scolastica di Jeremy aveva avuto alti e bassi e diversi trasferimenti, ma questo è tutto ciò che ci è dato sapere della sua storia, quella di un ragazzo probabilmente problematico ma non più di tanti altri, fino agli inizi degli anni Novanta.

A marzo del 1990 Jeremy incontra Nancy al ritiro di una chiesa battista. Cominciano a uscire insieme, ma pochi mesi dopo lei decide di lasciarlo “a causa del suo essere possessivo, e dei problemi con droghe e depressione”. Due giorni dopo, Jeremy tenta di uccidersi ingerendo “una quantità imprecisata di pillole” e viene ricoverato in ospedale a Dallas. Subito dopo Jeremy viene ammesso in una struttura per malati psichiatrici, Timberlawn; il successivo contatto che Nancy ha con Jeremy è di qualche mese dopo, quando lui minaccia di suicidarsi lanciandosi da uno strapiombo durante un altro ritiro della chiesa. In seguito Jeremy va a trovare Nancy a casa, dicendole che ha una pistola e che vuole spararsi, dando la colpa dei suoi problemi ai suoi genitori e a sua sorella, e ammettendo di fare un uso eccessivo di marijuana, ecstasy, acidi e alcol. “Considerava suo padre molto severo e aveva problemi a gestire la propria vita” dirà in seguito Nancy ai poliziotti. Jeremy sostiene anche di essere stato molestato dal nonno quando era piccolo, e di aver fumato marijuana col padre in numerose occasioni. Nancy racconterà poi alla polizia che Jeremy ascoltava spesso gruppi che cantavano di morte e suicidio. Le aveva riferito anche di piccoli guai coi genitori, come quella volta che aveva rubato la macchina al padre per andare a trovare degli amici ad Austin, o a scuola, quella volta che aveva rubato dei soldi destinati a una partita di basket.

cattura

Nel frattempo però Jeremy ha conosciuto un’altra ragazza, Michelle, e l’ha conosciuta proprio a Timberlawn, da cui è stato dimesso nell’ottobre del 1990; Michelle, durante i primi giorni di gennaio, chiama Jeremy per comunicargli che potrebbe essere incinta. Jeremy racconterà questa storia a diversi compagni di scuola, anche se Michelle in seguito specificherà alla polizia che lei e Jeremy si erano frequentati, ma che non avevano mai fatto sesso, e che comunque con Jeremy ormai aveva chiuso da un po’. La mattina del suo suicidio Jeremy annuncia ad alcuni compagni che non lo vedranno a scuola per un po’ perché sta per partire per Houston per andare a trovare Michelle. Pochi minuti prima di uscire di casa per andare a scuola, invece, aveva chiamato Nancy – come anche la sera prima – per dirle che stava per partire per il Giappone col padre.

Nancy aveva diverse lettere di Jeremy in cui lui le parlava di suicidarsi. Ma la mattina dell’8 gennaio, quando si erano sentiti al telefono prima che lui uscisse per andare a scuola, le era sembrato di buon umore, anche se aveva annunciato di avere con sé una 357 Magnum che diceva gli avesse regalato il padre; mentre invece l’aveva sottratta a casa della compagna del padre stesso, dove veniva tenuta senza alcun controllo in un armadietto.

Le successive interviste che compaiono nel report della polizia dicono più o meno tutte la stessa cosa: non solo Nancy e Michelle sapevano dei diversi tentativi di suicidio di Jeremy, non solo la famiglia lo sapeva, ma anche chi aveva parlato con Jeremy nella nuova scuola, che aveva frequentato per pochi mesi, o chiunque avesse avuto un piccolo contatto con lui lo aveva trovato triste, depresso, e lo aveva sentito parlare di suicidio. Chi non aveva avuto contatti diretti con lui lo riteneva uno che si fingeva triste (“acting sad”), anche se ovviamente il giorno dopo i drammatici eventi alla Richardson High School le dichiarazioni uscite sui giornali parlavano di compagni affranti, che avrebbero voluto fare qualcosa perché si erano perfettamente resi conto della situazione. Ma nessuno aveva fatto nulla.

JeremyNewsArticle2web

Some of the students (…) knew that Jeremy had problems and expressed regret that they had not approached him.

“Everybody I talked to said the ultimate same thing: they wish they could have said something to him before he did it.”

Alcuni studenti sapevano che Jeremy aveva problemi e hanno espresso rimorso per non averlo avvicinato.

“Tutti quelli con cui ho parlato hanno detto fondamentalmente la stessa cosa: che avrebbero voluto dirgli qualcosa prima che lo facesse.”

La mattina dell’8 gennaio 1991 Jeremy esce da casa, dopo aver chiamato Nancy, presumibilmente con la pistola della ragazza di suo padre sotto la giacca. Scambia qualche parola con dei compagni in cortile mentre fumano una sigaretta, e annuncia che non lo vedranno presto perché sta per partire. A una compagna di classe affida una busta con un anello che aveva promesso a Nancy. In seguito si saprà che insieme all’anello la busta conteneva la sua suicide note, l’unica lettera d’addio che Jeremy ha scritto.

Sorry, Nancy, by the time you get this letter I will have blown my head off, aka suicide, better known as (last way out). News flash – not your fault. It’s Michelle’s along with about 137.5 other problems. I was just writing to see if you wanted to go to the funeral. Call my house and ask for my Dad, 690-5338. At least you didn’t have to hear the boom. Love, Jeremy Wade Delle

Scusami, Nancy, al momento in cui riceverai questa lettera mi sarò fatto saltare le cervella, ovvero suicidio, meglio conosciuto come (ultima via d’uscita). Ultime notizie – non è colpa tua. È colpa di Michelle e di altri 137.5 problemi. Ti ho scritto solo per sapere se vuoi andare al funerale. Chiama a casa e chiedi di mio padre, 690-5338. Perlomeno non hai dovuto sentire il boom. Con amore, Jeremy Wade Delle

“It’s Michelle’s along with about 137.5 other problems”, è colpa di Michelle e di 137.5 altri problemi. Problemi in famiglia, a scuola, problemi di droga e di depressione. Nessuno ha fatto nulla, anzi. Chiuderlo in clinica, chiuderlo in cella, chiuderlo in un’aula buia a scuola: quello di cui quelli intorno a Jeremy avevano bisogno per continuare serenamente la propria vita era nascondere Jeremy e dimenticarsi di lui e dei suoi 137.5 problemi.

In-School suspension

Uno dei sistemi punitivi utilizzati nelle scuole statunitensi si chiama in-school suspension, e forse l’avete presente se avete visto The breakfast club o Sister act II o numerosi altri film americani ambientati negli anni Novanta. Gli studenti vengono allontanati dalla propria classe e sospesi, ma per evitare che percepiscano la punizione come una sorta di vacanza, vengono tenuti a scuola in una classe apposita dove possano comunque studiare o, in ogni caso, rispettare gli orari scolastici e la disciplina.

Jeremy, in seguito al furto dei soldi della partita di basket, era stato prima arrestato, poi una volta riammesso a scuola confinato all’ISS. In quell’occasione la polizia aveva parlato con Joseph Delle per capire cosa fare con lui. Joseph aveva comunicato loro che Jeremy era già stato ricoverato in clinica e che era tutt’ora in cura da un terapista, ma che avrebbe cercato ulteriore supporto. Questo succedeva nella prima metà di dicembre. Jeremy era stato in clinica fino a ottobre, poi si era iscritto alla nuova scuola e a novembre già parlava di suicidio con i nuovi compagni di scuola. Pare che il suo armadietto venisse perquisito almeno tre volte prima di Natale, e che vi venisse rinvenuta una copia di Cults that kill che verrà poi consegnata alla polizia al momento dell’arresto, quando viene fuori oltre al furto anche la minaccia di uccidere l’insegnante di matematica (e poi suicidarsi) che Jeremy ripeteva pubblicamente di fronte ai compagni. Quando rientra a scuola dopo l’arresto, intorno al 7 di dicembre (quando la prof di inglese Faye Barnett, quella che poi assisterà al suicidio, dice di averlo visto per l’ultima volta alle sue lezioni), Jeremy viene confinato nell’in-school suspension.

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The breakfast club

A differenza dell’OSS, out-school suspension, che ha un limite di tre giorni oltre i quali la scuola è obbligata a considerare l’espulsione,

In-school suspension is considered a discipline management technique and does not have the same
three-day limitation as out-of-school suspension. Nevertheless, in-school suspension could constitute
a substantive due process violation when the suspension lasts for a longer period of time and results
in a marked learning disadvantage for suspended students.

La sospensione interna alla scuola è considerata una tecnica della gestione della disciplina e non ha la stessa limitazione temporale di tre giorni della sospensione esterna alla scuola. Ciononostante, la sospensione interna può essere considerata una violazione considerevole dei suoi stessi scopi nel caso duri per un periodo di tempo eccessivo e si traduca in uno svantaggio nell’apprendimento degli studenti sospesi.

Io non so se dopo gli anni Novanta l’ISS è stata regolamentata in questo modo anche perché le autorità si erano rese conto di cosa poteva portare una reclusione forzata e a tempo indeterminato a personalità già psicologicamente fragili come quella di Jeremy; il documento da cui ho tratto questa definizione è il “School crime and discipline handbook 2010” del Texas, ma non sono riuscita a trovare molto altro. Il mio timore è che questo tipo di punizione sia assai poco regolamentata e che lo fosse ancora meno nei primi anni Novanta, quando però il tasso dei suicidi giovanili negli USA era ai suoi massimi storici. Nel 1995 in Texas è stato approvato il Safe School Act che prevedeva programmi di punizione e/o riabilitazione alternativi (DAEP) che permettono agli studenti di continuare a seguire le lezioni quando vengono sospesi per più di qualche giorno. Era diventato ormai palese che sospendere uno studente a tempo indeterminato o sospenderlo fuori dalla scuola era l’anticamera per una vita da reietto, se non da criminale; non parliamo poi dell’espulsione, che può portare all’esclusione dall’accesso alle Università. A tutt’oggi il dibattito sull’effettiva utilità dell’ISS è ancora aperto: si parla di proibire di sospendere gli studenti a tempo indeterminato, di regolamentare l’assegnazione di compiti veramente utili e di utilizzare personale qualificato per la sorveglianza, perché spesso si tratta di semplici tutori senza nessuna competenza da insegnante. Un dettaglio su tutti: i ragazzi confinati all’ISS mangiano in momenti diversi rispetto agli altri studenti, e c’è chi dice addirittura che vengano loro lasciati gli avanzi della mensa.

“Non facciamo niente” dice una ragazzina che ha fatto esperienza dell’in-school suspension in Florida. “Leggiamo un libro, guardiamo gli insegnanti che parlano tra loro, mangiano eccetera. È come essere in prigione, dobbiamo mangiare dopo che hanno mangiato gli altri e questo significa che rimangono solo gli avanzi.”

Quando Jeremy Delle si è ucciso, l’8 gennaio 1991, non era più uscito dall’ISS se non per i pochi giorni delle vacanze di Natale. Era rimasto confinato in un ambiente chiuso, isolato, “come in prigione”, dove non poteva parlare con nessuno e dove non c’era praticamente niente da fare, perché l’iniziativa di rimanere in pari con il programma scolastico veniva lasciata agli studenti stessi.

King Jeremy the Wicked, che era stato ricoverato in una clinica psichiatrica fino a poche settimane prima, che parlava continuamente di suicidio e che aveva già provato a uccidersi diverse volte. Per la scuola confinare un ragazzo problematico in un luogo dove non poteva far danno e dove poteva essere dimenticato a tempo indeterminato poteva sembrare effettivamente la soluzione migliore.

La mattina dell’8 gennaio del 1991 Jeremy entra nella classe della signora Barnett in ritardo, ma come se lo avessero riammesso alle normali lezioni. Chiede all’insegnante il permesso per uscire e andare in direzione a chiedere il foglio di ammissione in ritardo. La signora Barnett glielo concede. Ma Jeremy rientra in aula solo pochi istanti dopo, portando una pistola. “È per questo che sono venuto,” dice, e si spara di fronte all’intera classe.

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noemi @ butac punto it

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