Brexit? Bregrets!

Non  ho mai fatto segreto di esser un europeista convinto, di amare l’Unione per quello che rappresenta, per quello che può dare, per quello che spero possano godere i miei figli in futuro. Purtroppo le cose in Gran Bretagna sono andate come ben sapete: il referendum sull’uscita dall’Unione Europea ha visto una risicata vittoria del sì ed ora siamo in attesa di vedere quale sarà il futuro dell’Unione. Purtroppo come spesso accade le notizie sui giornali seguono fili poco logici, ognuno porta acqua al proprio mulino, e la chiarezza per il lettore è davvero poca.

Io non sono un economista, non m’intendo di politica internazionale, sono solo un blogger che ama la corretta informazione, quindi quanto segue non è una previsione per il futuro, ma solo numeri, dati e fatti su cui mi piacerebbe vi fermaste a riflettere.

Bregrets è il nuovo modo di dire dopo che la realtà del voto è stata compresa da tanti inglesi (a dimostrazione che forse a volte questo genere di strumenti democratici sono usati malino, o chi li usa dovrebbe prima studiare con attenzione). Come Brexit significava Britain EXit (dall’Unione) ora Bregrets significa rimpianti sul voto. Vediamo di capirci qualcosa.

UK già fuori dall’Unione?

No, il referendum non fa sì che la Gran Bretagna sia automaticamente fuori dai giochi, ora ci sono almeno due anni durante i quali si dovranno chiarire i termini dell’uscita e gli eventuali accordi commerciali tra Unione e Regno Unito, due anni durante i quali le cose potrebbero anche cambiare. Come dimostra la raccolta firme per un secondo referendum che ha iniziato a raggranellare adesioni subito dopo lo spoglio dei voti e che in poco più di quarantotto ore ha superato i tre milioni di aderenti; il sito è andato offline svariate volte a causa del numero di visite, e il procedimento per firmare non è immediato, occorre autenticarsi con la propria email, ma evidentemente la questione è così sentita da non scoraggiare, anzi.petitioneu

Voi sapete bene che non sono un grande amante delle petizioni online, mia moglie quando le ho inviato il modulo mi ha preso in giro così:

Non eri tu quello che mi racconta sempre che le petizioni online non servono a niente?!

Ma questa petizione non è su uno dei tanti siti inutili, è uno strumento aperto direttamente dal governo inglese, e ogni petizione che raggiunge più di centomila firme di cittadini britannici deve essere discussa in Parlamento e presa in considerazione. Che in meno di ventiquattr’ore si siano raggiunte oltre un milione di firme è un record senza precedenti, il che mi porta a pensare che qualcosa possa ancora accadere.

AGGIORNAMENTO: purtroppo la petizione è stata vandalizzata da 4chan che ha creato un BOT che da due giorni sta firmano a ripetzione la stessa, rendendo qualsiasi sforzo extra inutile. Per ulteriori info sull’argomento vi rimando all’articolo su Butac.

La petizione è molto semplice nel suo testo di presentazione:

We the undersigned call upon HM Governement to implement a rule that if the remain or leave vote is less than 60% based a turnout less than 75% there should be another referendum

Quindi la richiesta dei firmatari è che si applichi (in maniera retroattiva) una regola nuova: se i voti per restare o andare via (dall’UE) sono meno del 60% su una partecipazione della popolazione inferiore al 75% va rifatto un secondo referendum.

La cosa più interessante è che chi l’ha aperta, il 24 maggio, l’aveva fatto convinto che avrebbe vinto il Remain, e l’ha aperta per contrastarlo. La petizione non ha ricevuto quasi nessuna firma per un mese, e poi dopo la vittoria del Leave è diventata la petizione con più firme in assoluto sul sito del governo inglese. Sembra che alcune firme siano fasulle, a quanto riporta la BBC, e che il governo abbia già spiegato che non si farà un secondo referendum, ma è comunque un segnale importante per capire la negatività che si respira nel paese.

E le cose stanno proprio così, l’uscita dall’Unione è stata decisa grazie ad una risicata maggioranza:

referendumresults

Hanno votato il 72% degli aventi diritto, e il Leave ha vinto per un 1,9%. Il paese è decisamente spaccato in due, anzi a essere precisi il Regno Unito si trova in una situazione davvero particolare:

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ENGLAND- Leave 53,4% Remain 46,6% Northern Ireland- Leave 44,2% Remain 55,8% Scotland – Leave 38,0% Remain 62,0% Wales – Leave 52,5% Remain 47,5%

Su quattro aree di voto due hanno votato per restare due per andarsene, e se guardiamo le percentuali con attenzione ci accorgiamo che solo il Galles e l’Inghilterra rispecchiano abbastanza bene quello che è il risultato finale, mentre Scozia e Irlanda del Nord erano decisamente favorevoli al rimanere, così come quasi tutte le città britanniche più importanti. Questo apre scenari difficili per il governo, si sono già visti politici delle zone che si ritengono truffate che parlano di indipendenza, l’Irlanda del Nord potrebbe chiedere di staccarsi dal Regno Unito e unirsi alla Repubblica Irlandese, la Scozia sono anni che chiede di diventare indipendente. Si tratta di un incubo per chi dovrà guidare il paese nei prossimi anni, non sono uno studioso di economia e politica internazionale, ma ritengo che i fatti siano la dimostrazione che in questo caso non ha davvero vinto nessuno, anzi, forse hanno perso un po’ tutti. Uno scenario dove, se il Leave avesse vinto con una seria maggioranza, il risultato sarebbe stato uguale per noi europei, ma avrebbe lasciato la Gran Bretagna unita; con le percentuali che vediamo invece sarà difficile soddisfare appieno la popolazione.

Ma non è compito nostro occuparci del loro futuro se davvero lasceranno l’Unione, quello che volevo porre alla vostra attenzione sono altri fattori interessanti, analisi di un voto che per l’appunto sembrano soddisfare davvero poco sia i membri dell’Unione sia gli stessi britannici.

Il voto per fasce d’età

Sulla rete inglese da ieri pomeriggio circola una tabella che mostra il voto per fasce d’età, purtroppo quello che viene riportato mostra molto chiaramente cosa sta succedendo nella vecchia Europa, vecchia in senso anagrafico.

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I dati vengono da un sondaggio fatto da YouGov (sito britannico dedicato alla politica) qualche giorno prima del voto. Il campione analizzato è piccolo (1652 soggetti) e alcuni non hanno risposto, ma è curioso leggerlo. Si sostiene che solo nella fascia over 65 la maggioranza avesse chiare intenzioni di voto per il Leave, cioè per l’uscita dall’Unione. Dai 18 ai 49 anni la maggioranza ha risposto che avrebbe votato per il rimanere all’interno dell’Unione. La tabella ci mostra quindi le aspettative di vita per fascia d’età, e conclude con una frase tra l’ironico e il deprimente:

Those who must live with result of the EU referendum the longest want to remain.

Coloro che dovranno subire più a lungo il voto del referendum sono quelli che vogliono rimanere nell’Unione.

Dovrebbe darci da riflettere, perché purtroppo l’Europa è anagraficamente vecchia, si vive più a lungo e si fanno molti meno figli di un tempo, questo però fa sì che il potere di voto sia molto più in mano agli anziani invece che ai giovani, che si trovano così costretti a subire le decisioni di quelli a cui resta decisamente meno tempo da vivere, e che magari, già pensionati, hanno molti meno interessi verso il mondo del lavoro di quanto non servano.

Uno dei giovani della politica italiana si è affrettato a spiegare che solo il 38% dei giovani aventi diritto ha votato, quindi a suo dire i giovani inglesi se ne sono infischiati del referendum… può essere, le percentuali di persone che seguono la politica in UK sono inferiori a quelle in Italia, ma anche così basta vedere quanti giovani, quando si sono resi conto dell’esito, hanno cominciato a lamentarsene sui social, per strada, sui giornali, per manifestare un malumore è diffuso e non ristretto a quella percentuale.

Sia chiaro, come specificato la tabella qui sopra è solo il risultato di un sondaggio, ma se guardate un po’ la stampa britannica o se avete amici dal Regno Unito sui social network vi accorgerete che la delusione è palpabile.

Il mio brother in law (cognato) si è espresso così:

Great Britain will, effective immediately, be renamed Average Britain.

I love this country, but the moment we turned our backs to our friends, and in fact some of my actual family, the moment we built a wall infront of unity and togetherness, infront of an organisation that has given so much to us, is the moment I lost almost all of my pride for this country. I’m so utterly disappointed, but what will be will be. Acceptance is the only thing we can do now.

I wish you all a good day, whichever way you voted.

Quello che si legge girando per le bacheche dei suoi coetanei è uguale: giovani delusi, frustrati dal non esser riusciti a far sentire la propria voce, non so dirvi se sia davvero la maggioranza dei giovani del paese, ma mi ha trasmesso davvero tanta tristezza.

È sensato che il voto di chi ha ormai un età tale da non poter vivere l’evolversi del progetto Europa sia determinante per chi invece in quel progetto ci crede? La cosa che mi ha lasciato più sconcertato però è vedere come gli stessi propositori del referendum siano stati colti alla sprovvista dal voto e dalle successive lamentele.

Boris Johnson e il consiglio europeo

Boris Johnson ha subito tenuto a precisare qualche punto:

In voting to leave the EU, it is vital to stress there is no need for haste, and as the prime minister has said, nothing will change in the short term except how to give effect to the will of the people and to extricate this country from the supranational system. There is no need to invoke Article 50.

Che tradotto:

Dopo aver votato per lasciare l’Unione europea, è di vitale importanza comprendere non vi è alcuna necessità di fretta, e come ha detto il primo ministro (Cameron, nel suo discorso in cui ha rassegnato anche le dimissioni ndmaicolengel), nulla cambierà nel breve termine, ad eccezione dello studiare come attuare la volontà del popolo e di staccare questo paese dal sistema sovranazionale. Non vi è alcun bisogno di invocare l’articolo 50 .

Come avete visto la volontà del popolo, per come la mette Johnson, non è espressa proprio bene, due aree ben definite hanno votato all’opposto delle altre due, a queste possiamo aggiungere la maggioranza del popolo della capitale. Quindi per riassumere la maggior parte delle grandi città inglesi ha votato per restare, come anche la Scozia e l’Irlanda del Nord, hanno votato per andarsene il Galles e l’Inghilterra. Definiremmo questo uno scenario da paese unito? Eppure sono le parole usate da Johnson nel suo discorso:

And to those who may be anxious both at home and abroad, this does not mean that the United Kingdom will be in anyway less united, it does not mean it will be any less European.

A coloro che sono ansiosi a casa e all’estero, questo non significa che il Regno Unito sia in qualche modo meno Unito, non significa che sia meno europeo.

Populismo per calmare le masse, purtroppo non è come la racconta Johnson e i dati lo dimostrano: il Regno Unito è meno unito, la popolazione più produttiva, le fasce più giovani sono decisamente deluse dal risultato.

Il trattato di Lisbona

Ma cos’è l’articolo 50 di cui parla il buon Boris? È il trattato di Lisbona, che definisce i modi in cui un paese può scegliere di staccarsi dall’Unione Europea. Il trattato prevede che una volta che un paese presenta al consiglio europeo le sue intenzioni ad andarsene vanno negoziate delle condizioni per l’uscita, che tengano conto di quanto il paese ha versato nelle casse dell’Unione, di quanto ha ricevuto in cambio, dei progetti iniziati, insomma si studia come concludere ciò che è in corso e come saranno i rapporti a seguire.

Una volta stilate le condizioni, se accettate da ambo le parti, il distacco ha effetto immediato, in caso contrario dalla presentazione dell’accordo da parte del Consiglio partono due anni al termine dei quali, accettate o meno le condizioni, il paese diventa effettivamente autonomo dall’Unione. Perché Boris dice che non c’è bisogno di invocare l’articolo 50? Temporeggiare non è mai un buon segno. Purtroppo per Boris dall’altra parte della “barricata” c’è il consiglio europeo che ha dichiarato:

“to give effect to this decision of the British people as soon as possible, however painful that process may be. Any delay would unnecessarily prolong uncertainty”.

Che in pratica è dire: muovetevi, per quanto possa esser doloroso il processo prima si finisce meglio sarà.

E invece il processo sarà comunque lungo; Cameron, che ha rassegnato le dimissioni, se ne andrà a ottobre, andrà designato un nuovo Primo Ministro e solo lui potrà presentare la formale richiesta al consiglio per lasciare l’Unione. Non prevedo alcuna novità almeno per il 2016, anche se da ieri comperare su Amazon.co.uk è decisamente più vantaggioso del solito e probabilmente lo rimarrà ancora per qualche mese. La Gran Bretagna ci lascerà nel 2017? Probabilmente sì, ma lo scenario è ancora tutto da disegnare.

C’è un ultimo punto su cui vorrei portare la vostra attenzione, forse il più importante di tutti, perché riguarda qualcosa che a noi di Butac irrita molto. Tra i vari sondaggi fatti tramite YouGov e altre testate inglesi ci si è resi conto che la maggioranza dei votanti non aveva ben chiara l’idea di cosa stesse votando e molti hanno votato per il Leave in base a informazioni errate che erano state diffuse dalla stampa inglese.

Manipolazione delle masse

Basta vedere questo grafico qui sotto per accorgersi di quanta disinformazione viene fatta costantemente, anche qui da noi, su come funzioni davvero l’Unione Europea e quali siano leggi e normative emanate dalla stessa.

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Il grafico ci mostra le bufale spacciate dalla stampa inglese sull’Unione Europea, la testata che ne ha spacciate di più indovinate qual è? Il Daily Mail (non l’avremmo mai detto vero?), pensateci ogni volta che vedete un articolo sulla stampa italiana che cita come fonte il DM, tenete sempre a mente che se viene da lì la notizia è facilmente esagerata, quando non direttamente falsa.

La stessa disinformazione la vediamo anche sui media italiani, su Butac trovate svariati articoli dedicati all’argomento che forse non farebbe male rileggere,

La fuffa è esattamente la stessa del grafico qui sopra, solo riportata in italiano, ce n’è davvero per tutti. Sono tanti i miti che da sempre vengono diffusi dagli anti europeisti per spaventare la gente e parlare alle pance. Ecco, se fossi in una commissione europea di vigilanza sulla stampa imporrei multe salate a chi pubblica questo genere di disinformazione e obbligherei le stesse testate a pubblicare dei fact checking sugli argomenti su cui hanno disinformato. In un referendum come quello appena finito in Gran Bretagna questo genere di disinformazione ha certamente avuto un peso, ma anche qui in Italia mi basta far due chiacchiere con qualcuno di anti europeista per accorgermi come la maggior parte lo sia sulla base di queste false informazioni, e la cosa mi spaventa non poco.

Guarda caso molti dei britannici che a distanza di un giorno dal voto stanno chiedendo di rifare il referendum imputano alle parole di Farage la loro scelta di voto, parole che però a distanza di un giorno lo stesso Nigel si è rimangiato, conscio che erano boutade fatte ad hoc per attirare favori, non seri programmi elettorali, non progetti veri per il futuro.

Di soggetti simili (se vi siete letti gli articoli linkati poco sopra) in Italia ne abbiamo svariati. Alcuni stanno facendo le loro sparate proprio ora, in giro per il paese. Populismo e bugie, perché è purtroppo questa la strada della politica 2.0.

Evitate di credergli, o se lo fate siate consci che si tratta di giocolieri che raccontano bugie per portarvi dalla loro parte, ma le bugie da sempre hanno le gambe corte, e quando si tratta di mantenere quanto detto il rischio è che siano costretti ad ammettere che di bugie si trattava (anche se ho grossi dubbi che vedremo qualche politico italiano fare ammenda, loro hanno sempre ragione, loro sono sempre vincitori, anche quando perdono).

Conclusioni

Impariamo a verificare le informazioni per i fatti nostri, impariamo a non fidarci dei media, oggi purtroppo neppure le agenzie di stampa fanno più il proprio dovere; si spacciano notizie 24 ore su 24 e qualcuna purtroppo è sempre una bufala.

Mi dispiace per chi sperava in previsioni per il futuro,  non è il mio settore, non ho la sfera di cristallo e non credo molto nelle analisi su situazioni complesse come quella attuale.

Credo nei fatti, e quelli che posso darvi per cercare di fare riflettere tutti un pochino li trovate tutti qui sopra.

In aggiunta a quei fatti mi piacerebbe guardaste questa gallery, si tratta di status sui social network che hanno cominciato a circolare da venerdì pomeriggio, tutti o quasi vengono dal Regno Unito, tutti raccontano di episodi razzisti nelle ultime ventiquattro ore, fanno riflettere davvero molto.

Non credo sia necessario aggiungere altro, io sono un po’ stanco, credo che ora riposerò, magari mi sveglio ed è stato tutto un brutto sogno!

Michelangelo Coltelli

maicolengel at butac punto it

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4 Comments
  1. […] già scritto un lungo articolo su BUTACmag, pubblicato giusto ieri, dove ho cercato di spiegare la situazione Brexit/Bregrets al mio meglio, […]

  2. Andrea Rossi 2 anni ago

    Ciao Michelangelo. Articolo tanto bello quanto inquietante… mi permetto solo di consigliarti di chiudere il post con questo video… tragicamente attuale!

  3. Samuele 2 anni ago

    Due fatti:

    1) “Io non sono un economista, non m’intendo di politica internazionale”
    2) La tua bacheca di facebook ha la stessa valenza statistica del formicaio in giardino. E’ uno solo, con elementi appartenenti tutti ad un gruppo specifico.

    Mi aspetto più rigore. Parlare di “fatti e numeri” quando sono principalmente opinioni è scorretto.

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