Chernobyl, trent’anni di alienazione

Fu tutto sbagliato: il reattore, il test che precedette l’esplosione, la gestione dell’emergenza, la comunicazione ed infine anche il nome con il quale l’incidente è noto al mondo. Un incidente risalente a trent’anni fa, a quella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986 quando, per una lunga serie di circostanze negative, il reattore 4 della Centrale Nucleare Vladimir Ilic Lenin esplose dopo solo due anni di esercizio. Non fu per affaticamento strutturale, non fu per incidente casuale, ma per gravi errori umani senza i quali probabilmente il reattore sarebbe ancora là, integro e funzionante, per giunta in lauta compagnia poiché di lì a poco si sarebbero dovuti costruire i reattori 5 e 6, già in progetto all’epoca dell’incidente.

pripyat.com

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La cittadina di Prypiat, a tre chilometri circa dall’impianto, era nata in virtù della centrale stessa, abitata dalle famiglie dei costruttori e dagli operatori della centrale, espansasi poi fino a 47.000 abitanti poiché il livello sociale abitativo era molto alto per i parametri sovietici dell’epoca. Una sorta di benessere sociale pagato poi a caro prezzo con l’evacuazione forzata perenne. Oggi è zona di alienazione, interdetta a chiunque non abbia permessi speciali e tetro luogo di involontario laboratorio naturale post nucleare.

I rischi

Quella maledetta notte segnò l’epilogo di una catena di eventi ben precisi in cui, probabilmente, la mancanza anche di uno solo di essi avrebbe potuto scongiurare il disastro. A partire dal reattore RBMK, intrinsecamente debole in quanto l’acqua fungeva solo da termoconvettore e non da moderatore. Ma non solo: le bolle di vapore che si creavano al suo interno contribuivano ad aumentare la reazione nucleare, e non a diminuirla come in altri tipi di reattori. Ancora: le barre di controllo in carbonato di boro terminavano con degli estensori  in grafite: quando venivano inserite per ridurre la reazione, questi terminali, rimpiazzando l’acqua, creavano un temporaneo aumento di reazione. Ci volle l’incidente per evidenziare come questi tipi di reattori presentassero una sicurezza passiva molto debole.

In aggravio, la struttura non aveva personale tecnico qualificato e dovutamente informato sui potenziali rischi intrinsechi del reattore, questo per non rivelare dettagli tecnici ritenuti segreti: i reattori RBMK erano difatti di stretta derivazione militare. Il direttore dell’impianto V. P. Brjuchanov e l’ingegnere capo N. Fomin provenivano da altri ambiti: solo un loro sottoposto, l’ingegnere responsabile dei reattori 3 e 4 A. Djatlov, aveva una marginale esperienza in reattori nucleari, anche se di altro tipo.

Il test

La notte dell’incidente era in programma il famigerato test durante il quale furono determinanti i clamorosi errori di alcune figure di spicco della centrale. Quella notte era da tempo previsto lo spegnimento dell’ormai tristemente famoso reattore 4 da 3.2 Gw termici (pari a circa 1 Gw elettrico) per procedure di manutenzione ordinaria. Si pensò quindi di effettuare un test per verificare quanto i generatori potessero, per inerzia, continuare a generare energia sufficiente ad alimentare i propri sistemi di sicurezza e raffreddamento. La centrale disponeva di generatori di emergenza per le pompe dell’acqua di raffreddamento, ma serviva quasi un minuto di tempo perché entrassero in funzione. Il test doveva quindi verificare se l’energia inerziale dei generatori, staccati dal reattore, avrebbe potuto colmare questo tempo in attesa che partissero i generatori di emergenza.

Chernobyl

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Tale test, che prevedeva la riduzione da 3.2 a 1 Gw termico, era già stato effettuato in passato in condizioni di precisi parametri di sicurezza, ed aveva dato esito negativo. Si erano pertanto approntate modifiche tecniche all’impianto per risolvere il problema e calendarizzato un nuovo test di controllo nella giornata del 25 aprile 1986. Esso comportava tra l’altro la progressiva riduzione di produzione elettrica, ma quel giorno un guasto a un’altra centrale richiese di posticipare lo spegnimento del reattore 4 della Lenin per sopperire al temporaneo calo di produzione della rete. Il problema fu risolto dieci ore dopo, di notte, quando i tecnici preparati ed istruiti specificatamente per il test avevano già lasciato il turno diurno, dando il cambio a colleghi di notte non altrettanto preparati. Ma dopotutto essi avrebbero dovuto solo tenere sotto controllo alcuni parametri tecnici durante la fase di minimo funzionamento. Tuttavia non era presente nessun ingegnere o figura tecnica che davvero conoscesse a dovere i particolari del reattore e soprattutto nessuno dei presenti conosceva a dovere dettagli del test.

La riduzione della potenza

Durante le fasi di progressiva riduzione della potenza, venne volutamente disabilitato il sistema di spegnimento automatico per evitare che questi annullasse il test a bassa potenza. Ma un maldestro operatore inserì le barre di controllo troppo velocemente rispetto al dovuto. Questo significò un forte calo della potenza generata ma anche un picco di produzione di Xeno-135, poiché questo assorbitore di neutroni, nella prima fase di diminuzione della potenza, tende ad aumentare per poi stabilizzarsi e scendere quindi a zero. Ciò significa che l’assorbitore di neutroni, aumentando improvvisamente, contribuì ulteriormente a ridurre la potenza generata: una vera e propria controreazione di cui gli operatori del turno notturno non erano a conoscenza. Anzi, vedendo l’anomala riduzione di potenza, pensarono al guasto di qualche dispositivo di segnalazione.

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Sebbene quindi fosse nota l’instabilità del reattore alle bassissime potenze, non erano note le reali cause dell’anomala riduzione: un altro anello determinante per la catena degli eventi. Si continuò quindi col test anziché spegnere il reattore come sarebbe stato opportuno. Le pompe dell’acqua entrarono in funzione contribuendo a calare ulteriormente la potenza generata. In barba a ogni corretta procedura, per accelerare l’aumento di potenza, furono estratte praticamente tutte le barre di controllo, comprese quelle manuali, riportando la potenza generata ad 1/3 del minimo richiesto.

In questo stato il reattore era di fatto una bomba innescata: il sistema di spegnimento automatico era disinserito, lo Xeno-135 e l’acqua pompata avevano “occultato” la reale situazione del reattore che ora aveva quasi tutte le barre estratte. Questa situazione potrebbe essere paragonata al pedale dell’acceleratore di un auto premuto al massimo dal conducente in salita, che vede sì il calo di velocità ma che non si rende conto di essere su un pendio: se sopraggiungesse la discesa si avrebbe un brusco aumento di velocità e, senza freni, cioè senza le protezioni, ci si avvierebbe verso un disastro.

Cosa è andato storto

Alle 1:23 del 26 aprile il test iniziò in queste condizioni di rischiosa inconsapevolezza: fu tolta l’alimentazione alle pompe, che comunque continuarono a funzionare per inerzia, e fu disconnesso il generatore dal reattore. Ma la diminuzione di acqua fece aumentare la temperatura del reattore, che creò bolle di vapore. Come abbiamo visto, le caratteristiche del RBMK erano tali per cui le sacche di vapore ne facevano aumentare la reattività, che a sua volta aumentava la temperatura trasformando l’acqua di raffreddamento in vapore, in un vortice iperbolico a crescere.

Dopo trentacinque secondi gli operatori azionarono l’arresto di emergenza del reattore, che in trenta secondi andava a inserire tutte le barre, comprese quelle manuali: un tempo troppo lungo per placare gli altissimi effetti reattivi in atto, ma soprattutto un tempo troppo breve per garantire allo Xenon-135 di stabilizzarsi durante l’inserimento degli estensori terminali in grafite. In poco più di cinque secondi dall’inserimento delle barre la potenza del reattore 4 schizzò a 30 Gw termici, ovvero oltre nove volte la sua potenza nominale. Per riprendere l’esempio dell’automobilista di prima, immaginate che la discesa improvvisa lo abbia catapultato a nove volte la velocità massima dell’auto senza freni.

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L’improvviso rialzo termico fece dilatare i condotti dove scorrevano le barre di controllo, bloccandole a meno di metà percorso ed impedendo in questo modo il loro pieno inserimento. Il combustibile nucleare iniziò a fondersi per l’aumento di calore, creando forti quantità di idrogeno dalla reazione tra l’acqua e lo zirconio contenuto nei condotti idraulici nucleari, che si ruppero e allagarono il basamento.

Le esplosioni

Alle 1:24 l’acqua, a contatto col combustibile nucleare, creò una prima esplosione di vapore, che risalendo lungo i canali innescò un’altra esplosione, fortissima, tanto da far saltare l’enorme piastra di copertura del reattore, circa mille tonnellate di cemento e acciaio con ancora attaccate le barre di controllo e alcune tubazioni di raffreddamento. La piastra lasciò il reattore scoperto proprio mentre si verificava la seconda forte esplosione (la terza in totale), innescata dalla grafite incandescente a contatto con l’idrogeno.

Il calore del nocciolo fuso, a cielo aperto e quindi a contatto con l’aria, generò un incendio alimentato tra l’altro anche dal bitume con cui era rivestito il tetto dell’edificio, che in fase di progettazione era stato dapprima vietato proprio perché non ignifugo e poi comunque utilizzato. In aggiunta, il reattore non disponeva di un sistema di contenimento in cemento sufficientemente alto, molto più sicuro in caso di problemi simili; infatti, la sostituzione delle barre avveniva dall’alto, e la struttura dell’edificio era alta circa settanta metri per consentire questa operazione, un’enormità per le centrali nucleari occidentali. Tale incidente non riguardò quindi un’esplosione nucleare (come ad esempio quelle delle bombe atomiche) ma esplosioni di natura chimica.

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Seguì un’immissione in atmosfera di vapori radioattivi e relativi isotopi quali Iodio-131, Cesio-137, Stronzio-90, Plutonio-239 e Plutonio-240, che con l’alta pressione sull’Europa centrale spinse gli inquinanti verso nord. Solo la mattina del 27 aprile, ben oltre ventiquattr’ore dopo le esplosioni, scattarono gli allarmi di alcuni rilevatori di radioattività nella centrale nucleare svedese di Forsmark. Dopo un primo controllo in loco, accertatisi che tutto era nella norma, gli svedesi allargarono le ricerche arrivando sino all’Unione Sovietica, che sminuì l’accaduto. Ma oramai gli svedesi avevano divulgato i dati all’Europa, che mise sotto pressione Mosca costringendola a rompere il muro di sovietica omertà e a rilasciare le prime timide ammissioni.

L’emergenza in Europa

In Italia ci fu grande eco e l’emergenza venne affrontata in maniera tutto sommato buona, o almeno al pari del resto dell’Europa, comunicando giorno per giorno i dati dei valori degli isotopi registrati nelle varie zone (ricordo chiaramente il famigeratissimo Cesio-137) nonché dando precise informazioni sul (non) consumo di verdure a foglia larga quali lattuga e simili. Ricordo, a memoria, anche direttive sul consumo di latte. In polemica con le autorità italiane, alcune organizzazioni ecologiche denunciarono ritardi e reticenze nella divulgazione delle informazioni, ma va anche detto che ciò fu naturale e comprensibile a causa dapprima dei tempi per l’apprendimento delle informazioni di base, e in secondo luogo per il fatto che le condizioni meteo, espressamente le correnti d’aria in quota, impiegarono diversi giorni per portare radionuclidi sul nostro territorio.

Le ricadute furono peggiori in altri paesi europei quali Svezia, Finlandia, Norvegia, Austria, Slovenia e Romania. Tuttavia come è facile immaginare chi pagò di più lo scotto fu proprio l’Unione Sovietica, e non solo in termini di ricaduta al suolo di radionuclidi. Ancora oggi permane una cosiddetta “area di alienazione” in un raggio di circa trenta chilometri dalla centrale, che copre gran parte della provincia nord di Kiev fino al confine con la Bielorussia. Inutile dire che vi si può accedere solo tramite speciali autorizzazioni. Ma l’impatto maggiore furono le vittime direttamente o indirettamente correlate alla catastrofe. Si parla di 65 vittime tra tecnici e liquidatori, ma si ritiene siano dati eccessivamente ottimistici.

I liquidatori, i tecnici, la popolazione

I liquidatori furono squadre di addetti chiamati in prima istanza a spegnere l’incendio, con modalità molto discutibili. La prima squadra accorse in seguito a una segnalazione per incendio da cortocircuito: si può facilmente immaginare come fossero totalmente impreparati al reale compito da svolgere. Tutti i vigili del fuoco accorsi tra la notte e la mattina del 26 aprile morirono nel giro di due settimane a seguito delle fortissime radiazioni assorbite. Chi, dal tetto adiacente al reattore a cielo aperto, aveva il compito di spalare giù sabbia, altri silicati e boro, era dotato di un semplice grembiule in piombo simile a quello in dotazione ai radiologi negli ospedali, con la differenza che là la radioattività era a livelli abnormi. Gli indicatori della sala di controllo indicavano 33 mSv/h, un valore “normale” se consideriamo che si era in presenza di un reattore nucleare fuso a cielo aperto. Ma quasi nessuno sapeva che l’indicatore oltre non poteva misurare. Come paragone citiamo il valore medio del fondo di radioattività nel mondo, circa 0.27 µSv/h, mentre il passeggero di un Concorde in volo poteva ricevere indicativamente 10 µSv/h.

Quando arrivarono le prime squadre munite di misuratori di radioattività con fondoscala di 360.000 Röntgen/ora (R/h), equivalenti a oltre 3500 Sv/h, riportarono che nei pressi del reattore si registravano gli incredibili valori di 20.000 R/h ovvero circa 186 Sv/h, valori talmente alti che i dirigenti sovietici pensarono che gli strumenti fossero malfunzionanti. Valori di oltre mezzo miliardo di volte superiori al livello di fondo naturale. Si pensi che indicativamente una dose di 1-4 Sv/h è sufficiente per uccidere una persona.

Alcuni tecnici, completamente privi di protezioni, si recarono nei sotterranei della centrale per aprire alcune valvole per la fuoriuscita dell’acqua, ben consapevoli che questa operazione avrebbe costato loro la vita. Furono poi insigniti di onoreficenze postume. Altri operai che stavano lavorando per la costruzione dei reattori 5 e 6, non vennero avvertiti e quella mattina si presentarono regolarmente al lavoro.

Anche la popolazione civile subì la stessa omertà da parte delle autorità: nessuno quel giorno pensò di avvisare la cittadinanza e qualcuno, come il giornalista V. Sevcenko, si diresse verso la centrale, inconsapevole dei rischi che stava correndo, per girare alcuni filmati. Sevcenko morì poco tempo dopo “bruciato” dalle radiazioni.

Le conseguenze

L’incendio del reattore durò per parecchi giorni, durante i quali furono necessari molti sorvoli con elicotteri per sganciare silicati e boro, materiali atti a reprimere il fuoco e contrastare la radioattività. Molti elicotteristi morirono in seguito, mentre un’intera squadra fu vittima di un incidente di volo durante uno sgancio di materiale, forse per un malore del pilota. Nel reattore fu gettata anche parecchia acqua, ma la produzione di vapore radioattivo che venne a crearsi non fece altro che peggiorare la situazione. Il 9 maggio 1986 il peso dei materiali scaricati sul reattore provocò un ulteriore crollo che sparse ulteriori fumi radioattivi per un raggio di trentacinque chilometri dalla centrale.

Squadre di minatori scavarono un tunnel sotto il nocciolo, a braccia e in condizioni disumane, per inserire sistemi di raffreddamento e scongiurare così che il calore, fondendo gli strati più bassi del basamento della centrale, potesse raggiungere le falde acquifere inquinando ulteriormente la zona. Questo rischio a quanto pare sembra sia stato scongiurato, infatti il nucleo liquefatto non superò mai il solaio di fondo del basamento.

Ma solo il 27 aprile, a oltre trentasei ore dalle esplosioni, si iniziò l’evacuazione della cittadinanza. Venne detto a tutti che si trattava di un’evacuazione precauzionale, quindi temporanea, e in quanto tale di portarsi dietro solo pochi effetti personali. Nessuno era consapevole della reale situazione, e questa inconsapevolezza la si percepisce anche dalla calma delle persone presenti in altri filmati tutt’oggi facilmente reperibili in rete ad opera di M. Nazarenko. Nessuno degli abitanti di Prypiat sarebbe mai più potuto tornare nella propria abitazione e gli autobus mandati da Kiev per le operazioni vennero poi abbandonati pochi chilometri più in là, in una sorta di cimitero di veicoli contaminati ancora oggi parzialmente visibile a circa venti chilometri a sud ovest di Chernobyl.

Si parla di circa 600.000 liquidatori tra militari e civili che ricevettero uno status dalle autorità (certificato e medaglia), ma è la conta delle vittime quella che crea più divergenze. Al posto delle sessanta ufficialmente dichiarate tra tecnici, pompieri  e militari, se ne stimano ben quattromila, senza tenere conto dei civili per i quali si parla di cifre tra i trenta e i sessantamila morti, addirittura tra i cento e i trecentomila secondo alcune organizzazioni ambientaliste.

La costruzione del sarcofago

A tempo di record, per la fine del 1986, i liquidatori approntarono il cosiddetto sarcofago, la struttura protettiva che avrebbe dovuto seppellire, teoricamente per sempre, il nucleo del reattore. Ma la fretta nel costruirlo e gli scadenti materiali impiegati lo resero presto permeabile alle piogge, con visibili crepe. Si è calcolato che ogni anno oltre duemila metri cubi d’acqua vi si infiltrassero, contribuendo ad aumentare la pressione interna, stimata variabile tra due e venti atmosfere. Frattanto però il basamento era sprofondato di quattro metri e la radioattività aveva raggiunto le falde acquifere, e quindi l’adiacente fiume Prypiat, confluente a venti chilometri da Chernobyl nel Dnepr lungo il quale, fino al Mar Nero, vivono parecchie decine di milioni di persone, abitanti di Kiev compresi.

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Si dovette attendere il 1997 per poter decidere di procedere di fatto con un nuovo sarcofago dal costo complessivo di ben oltre un miliardo di dollari, finanziati in seguito dalla CE, Usa e Ucraina. Ma i lavori partirono solo nel marzo 2012 ed oggi, nell’anniversario del trentesimo anno dall’incidente, sono ancora in corso; presumibilmente fino al 2017 quando il nuovo sarcofago, alto 110 metri, largo 257 e lungo 164 (praticamente un’area grande come sei campi da calcio) sarà terminato. Ad esso stanno lavorando in loco oltre mille persone provenienti da venticinque nazioni tra cui l’Italia, con uno staff di ventidue persone tra ingegneri, tecnici e operai specializzati. Solo la Russia dal 2014 si è ritirata per le divergenze politiche con l’Ucraina, e questo è singolare se si pensa che proprio a Mosca va imputata gran parte della responsabilità del disastro.

Un disastro che come abbiamo visto è stato reso possibile da una concatenazione di eventi, evitare anche uno solo di essi avrebbe potuto almeno limitare le proporzioni dell’incidente. Una serie di fatti, tutti sbagliati dunque, a riprova che, magra consolazione, serve davvero parecchia incompetenza per far esplodere un reattore nucleare. Una storia di elementi sbagliati, fino al nome: per tutti è noto come “il disastro di Chernobyl”, ma in realtà questo paesino, che all’epoca contava tredicimila abitanti (oggi solo settecento, e tutti autorizzati) dista dalla centrale Lenin quasi quindici chilometri, molti di più di Prypiat, a soli tre chilometri, e all’epoca abitata da quasi cinquantamila abitanti, il triplo di Chernobyl, ed entrambi compresi nella provincia di Kiev.

Chissà, forse tanta distorsione toponomastica è anch’essa figlia di un sistema sovietico sepolto oramai assieme al famigerato reattore.

Lola Fox

3 Comments
  1. […] Chernobyl: 30 anni di alienazione – di Lola Fox […]

    • Signor Carunchio 12 mesi ago

      Avevo ricordi lontani e legati all’informazione dell’epoca: mi accorgo che ne sapevo davvero poco. Bel lavoro, Lola Fox.

  2. Massimiliano Robberto 12 mesi ago

    Fa specie, oggi, pensare che il problema sia stato segnalato al mondo intero dagli scienziati svedesi. la cortina di omertà doveva essere davvero impenetrabile…

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