Il fact checking e la corretta informazione sui media

Il 10 giugno 2016 è uscito un articolo su WIRED Italia che parla di quanto sia difficile portare il fact checking in televisione.

L’argomento è d’attualità, e sicuramente vale la pena parlarne, anche se non ritengo WIRED la testata corretta per farlo, visto che abbiamo avuto modo di notare diverse volte quanto siano scarsi nell’uso dello stesso fact checking. Sia chiaro, nessuno dovrebbe mettersi sul piedistallo di chi lo fa meglio, ma purtroppo le testate giornalistiche per vendere spesso e volentieri sono costrette a compromessi.

WIRED spiega come possa esser difficile farlo in maniera valida per il grande pubblico, e ha ragione, il tipo di linguaggio che usano i veri fact checker è probabilmente inadatto alla trasmissione veloce d’informazioni, alla fruibilità accattivante che deve avere un conduttore televisivo.

Ma c’è un aspetto della cosa che invece viene completamente ignorato.

Ammettere l’errore

I fact checker in TV e sulla carta stampata (specie in Italia) non possono avere successo, perlomeno finché le testate non avranno il coraggio di ammettere pubblicamente (e in prima pagina, non ventesima) di avere sbagliato.

Non lo fa quasi nessuno, al punto che il giornalista del TG3 Piemonte, quando ha avuto il coraggio di mostrarsi così:

…è diventato un eroe per tantissimi amanti della corretta informazione! Eroe che in realtà non ha fatto altro che assumersi le proprie responsabilità.

Quante volte vorremmo vedere giornalisti fare così? Quante volte purtroppo l’attesa è disattesa?

Quando io aprii BUTAC tre anni e mezzo fa, prima di pubblicare articoli in cui facevo le pulci ai giornalisti, mi ero preso l’impegno di avvertire le testate dei loro errori, e lo facevo metodicamente. In un anno gli unici ad avermi preso seriamente sono stati due, un giornalista di TGcom che mi ha dato più volte ascolto e uno del Messaggero che alle mie segnalazioni rispondeva con dei sonori “vaffa”… Nessun altro mi hai mai risposto, al punto che dopo un anno ho deciso che potevano rimanere nel loro brodo, visto che evidentemente non era importante per loro se pubblicavano bufale o meno, e ho smesso di evidenziare loro le proprie inesattezze, giungendo alla conclusione che evidentemente le redazioni sanno perfettamente quando stanno per dare una pseudonotizia, sanno benissimo che non è stata fatta alcuna verifica di fatti e fonti, ma sanno anche che potenzialmente è una notizia che attirerà spettatori o lettori, quindi se ne infischiano. Il giorno dopo ammettere che era una notizia falsa o data male diventa qualcosa di eticamente corretto, ma potenzialmente dannoso per l’immagine della testata, quindi si fa finta di nulla.

La Borsa della fuffa

L’ho visto accadere spesso, al punto che su Butac stiamo per aprire la Borsa della fuffa, dove ogni mese evidenzieremo le testate che hanno riportato notizie provenienti dai due canali fuffari più attivi in Italia (Agitalia e AIDAA) e faremo una classifica delle testate che evidentemente non sono affidabili in quanto a verifica dei fatti.

Sono circa tre anni che spieghiamo via web che i comunicati stampa da quelle due fonti hanno lo stesso valore della carta igienica, credete che qualcuno abbia avuto voglia di ammettere di aver pubblicato fuffa costante? No, i giornalisti a cui ho fatto presente la cosa si sono prima adirati, poi quando si sono accorti che avevo ragione mi hanno promesso che ne avrebbero parlato sulle loro testate… poi hanno smesso di rispondermi, e dopo qualche mese si sono scordati totalmente dell’inaffidabilità dei comunicati da quelle due fonti e hanno ricominciato a pubblicare la stessa fuffa.

Mai smentire la stampa

Se poi la gente non si fida più dei media nazionali è anche colpa di questo genere di atteggiamento. Volete un esempio diverso? Una nostra amica qualche settimana fa è finita sul Giornale, e si è trovata involontariamente protagonista di un tipico caso di sensazionalismo mediatico per vendere più copie.

La Rai fa pagare il canone pure ai ciechi

Questo il titolo dell’articolo, che Elena ha subito prontamente smentito: i fatti raccontati dal giornalista erano stati totalmente travisati, e addirittura si parlava di un’intervista a Elena che in realtà non è mai esistita. Elena ha scritto a noi e ai colleghi di Debunking, chiedendo aiuto per far uscire la versione corretta della storia, e ha scritto e telefonato più volte al Giornale chiedendo di pubblicare una smentita. Credete forse che sia stato fatto? Una lettera di Elena è stata pubblicata tra le lettere al Giornale, giorni dopo i fatti, senza evidenza alcuna che fosse collegata all’articolo precedente, e con una risposta decisamente in linea con l’atteggiamento giornalistico tipico di queste testate:

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La lettera della signora Brescacin conferma quanto scritto dal Giornale: e cioè che anche i non vedenti sono tenuti al pagamento integrale del Canone Rai.

Quindi tutti gli appunti di Elena sul pessimo modo di fare informazione del Giornale sono stati tagliati, su richiesta del Giornale stesso, quando Elena ha chiesto di pubblicare la sua rettifica (troppo lunga, secondo loro), così da nessuna parte è mai comparso, nero su bianco, che la millantata intervista non è mai esistita ma che è stata creata con un taglia e cuci di altre apparizioni di Elena su blog e testate giornalistiche. Quello che è rimasto delle richieste di rettifica della diretta interessata può essere commentato dal giornalista stesso con un “Beh, quindi alla fine avevamo ragione noi, no?”

E l’articolo a firma Nino Materi è ancora sul sito web del Giornale, senza modifica alcuna. Perché siamo cialtroni, perché le redazioni hanno al comando soggetti che forse sapevano fare il proprio mestiere trent’anni fa, ma oggi con l’evoluzione del web dovrebbero forse andare in pensione o perlomeno fare svariati corsi d’aggiornamento.

WIRED non dice cose errate, sia chiaro, mi trova concorde in larghissima parte, ma vorrei ricordare alla redazione della testata articoli come questo:

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Articolo che si trova ancora presente sul portale della testata, senza modifica alcuna, anche se il fact checking è inesistente. Io avevo fatto una disamina dell’articolo, e con gentilezza l’avevo postata tra i commenti sotto al pezzo di WIRED, il mio commento però è stato cancellato e l’articolo lasciato com’era.

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È anche per colpa di casi come questi se il fact checking fatica ad entrare nella mentalità delle persone. Ed è gravissimo, perché così facendo tra dieci anni l’articolo errato di WIRED sarà ancora lì, a disinformare sui fatti, e la gente continuerà a leggerlo senza rendersi conto che si tratta di un pezzo basato su dati errati.

La stessa cosa potrei dire delle centinaia di pezzi (ma che dico, saranno migliaia) che spacciano disinformazione sull’Unione Europea, articoli che sono stati chiaramente scritti da soggetti che non hanno fatto la benché minima verifica dei fatti, soggetti che però, secondo le redazioni che li pagano, sono da considerarsi “bravi giornalisti”. Non molto tempo fa mi trovai di fronte ad un lungo articolo, pubblicato in seconda pagina sul Resto del Carlino edizione nazionale, non vi si trovava un singolo punto corretto, neppure uno. Io ho scritto alla redazione via mail, via Twitter, via Facebook. Credete forse che l’abbiano corretto? No, se lo si cerca lo si trova ancora uguale a se stesso, senza che nessuno si sia minimamente preoccupato di fare ammenda.

E la disinformazione galoppa.

Ma è colpa della tv?

Sia chiaro, la televisione ha ancora più colpe della carta stampata, visto che raggiunge un pubblico molto più vasto. Ma non reputo sia da demonizzare il Maurizio Costanzo Show che invita l’amante dell’urinoterapia Eleonora Brigliadori insieme al dj in disuso Red Ronnie. No, Costanzo sta facendo il suo mestiere, che non è la divulgazione della corretta informazione ma fare spettacolo, e lo fa con ospiti che possano essere discussi, che possano aizzare le folle.

La colpa della TV è quando, in trasmissioni che vorrebbero trattare di divulgazione SCIENTIFICA, spaccia pseudoscienza e notizie non verificate. 

Esempi? No, sarebbero troppi, ormai mi sono arreso e ho smesso di tentare di verificare il quantitativo di fuffa che trovo in trasmissioni che dovrebbero essere di divulgazione e informazione. È deprimente accorgersi che a parte un Piero e un Alberto Angela, o un Marco Bianchi, il resto della nostra tv sia popolato da mostri mediatici che con il fact checking e la divulgazione non hanno proprio nulla a che vedere. Trasmissioni come Report che tagliano le interviste pur di far sì che alla fine il servizio che stanno montando non dica la verità, ma solo la verità che interessa a loro. Trasmissioni come DiMartedì che pur di divulgare pseudoscienza evitano attentamente di invitare gente che possa smentire le loro affermazioni.

Sono lontani gli anni di vera divulgazione e di vero giornalismo, forse sarebbe il caso di reintrodurre trasmissioni come “Non è mai troppo tardi” o il “Mi manda RaiTre” di Antonio Lubrano. Avranno avuto pecche anche loro, ma sono nulla rispetto al caos disinformativo che vediamo oggi.

Michelangelo Coltelli

maicolengel at butac punto it

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