La santificazione del dolore

Tra tutti i commenti che si sono spesi a favore o contro la figura di Madre Teresa, non c’è n’è stato uno (che io abbia letto, almeno) che abbia nominato questo fenomeno e che l’abbia adeguatamente esaminato e condannato.
Pensare che per colpa dei social e dell’iperemotività che portano nel loro utilizzo è uno dei fenomeni forse più interessanti da analizzare.

Prima di tutto: cos’è il dolore?
Il dolore è un meccanismo di difesa che consiste in una sensazione negativa e di stress.
Il concetto qui già è chiaro, penso.
In generale si pensa che non provare dolore sia una cosa positiva. Ma non è così, anzi, è una delle ragioni per cui un’apocalisse zombie fallirebbe: non provare dolore significa non essere in grado di sopprimere, prima di evitare gravi danni ai tessuti, un qualcosa che sta attivamente danneggiando il corpo e che potrebbe portare alla morte in poco tempo. Esistono anche persone affette da alcune rare sindromi genetiche per le quale non possono provare dolore, e infatti devono prendere provvedimenti in tal senso. In particolare alcune condizioni che alterano il  sistema nervoso centrale (neuropatia, disautonomia, sindromi congenite eccetera eccetera) possono causare al paziente questa condizione particolare.
C’è anche il problema inverso, che mi riguarda personalmente, che significa soffrire di dolore cronico. Il dolore cronico è una condizione per la quale la sensazione di dolore si cronicizza (cioè non si manifesta in un unico episodio, ma va e viene), ed esso stesso costituisce un sintomo importante da tenere in considerazione e che limita la vita del paziente. In questo caso la terapia verte nel sostenere psicologicamente il paziente (il quale ha una discreta probabilità di cadere in depressione) e di limitare il dolore stesso, prescrivendo antidolorifici più o meno forti.

La medicina quindi ci dà parecchie informazioni su cosa sia e su come funzioni questo meccanismo e grazie alla letteratura medica si può sapere se e quando il paziente prova poco dolore o ne prova troppo, e cercare di limitare i danni di uno o dell’altro problema.
Mi preme sottolineare che non provare dolore non significa esserne insensibili, significa invece non essere proprio in grado, per motivi che variano in base alla condizione medica diagnosticata, di provare la sensazione.
L’insensibilità al dolore, nonostante sia a volte vista come qualcosa da imitare, in realtà è estremamente pericolosa, esattamente come non essere in grado di provarne, perché difficilmente descrivendo le proprie sensazioni su una scala da uno a dieci si esagera, è molto più facile minimizzare. E come ho già scritto, il dolore serve a farci capire quando è in corso un danno a tessuti e organi ed è importante indagarne l’origine, specie se si fa cronico.

Ora, tutto questo è sicuramente interessante e ammetto che spenderei molto più di cinquecento parole per descriverlo, ma… che c’entra con l’argomento?
C’entra perché prima di investigare un fenomeno è importante conoscerne le reali cause, e distinguere ciò che è mistificazione dalla realtà.
E la realtà (e la scienza, soprattutto) ci dice che provare dolore cronico limita la qualità di vita del paziente. Io per esempio, giusto per dimostrare le mie affermazioni sull’insensibilità al dolore, ho chiesto aiuto solo quando la situazione era diventata insostenibile. Fortunatamente per me la fibromialgia non è degenerativa, ma se fosse stata artrite reumatoide (altra malattia cronica diffusa, tra l’altro una delle principali cause di disabilità in Europa) e avessi aspettato il momento di non alzarmi più dal letto, con tutta probabilità avrei le articolazioni delle mani seriamente compromesse.

Di fronte a questo, come si può dire che una persona che dice che “il dolore è un bacio di Gesù” e varianti aveva a cuore il paziente?

No. Ve lo posso assicurare. Non c’è niente di peggio che sentirsi dire una cosa del genere. Il dolore non santifica nessuno e non rende nessuno migliore. E non penso che ci vogliano chissà quali competenze o esperienze per dirlo. È disumano anche e soprattutto perché non prende minimamente in considerazione il punto di vista del paziente, sminuendo le sue emozioni.
A una persona del genere consiglierei un corso livello base di empatia e compassione, perché avere empatia e compassione non significa mettersi a giudicare (in bene o in male) un fatto puramente fisiologico che di significati reconditi e nascosti non ne ha.

Il malato-martire, nonostante i fatti che ho evidenziato sopra, è uno dei tropi più comuni quando si tratta di malattia:  non solo bisogna sorbirsi “poverino/a!” ogni singolo giorno, ma anche la gente che per qualche motivo ti utilizza come inspirational porn per sentirsi migliore di te. Perché alla fine della fiera è qui che si arriva: alla fine dei giudizi della gente che ti consiglia a caso di fare yoga, si arriva alla gente che cerca di aiutarti non sapendo come fare.

Sostenere un malato terminale ed essere con lui nelle ultimi fasi della sua vita, spesso dopo mesi e settimane di sofferenze, non è un mestiere per tutti. Come non lo è l’avere a che fare con chi soffre di dolore cronico.
E Madre Teresa, così come i medici laureati su Youtube che ti consigliano di fare yoga, per quanto bene intenzionati, non è il loro.

Elivet Logan Rogers

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