Stranger things: un omaggio agli anni ’80

BUTACmag è nato per dare la possibilità a noi autori di esprimerci anche su argomenti diversi dalle bufale, nelle bozze è da tempo che ci sono alcune recensioni di dischi e libri che vorremmo condividere con voi, ma mi trovo a mezzanotte di una domenica di luglio invogliato a scrivere di una serie TV appena uscita di cui mi sono gustato i primi quattro episodi in poche ore. Non sono un critico, ma solo un appassionato, quella che segue è una personale opinione non un dogma.

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Gli ani ’80 sono tornati!

Stranger Things

Una recensione senza spoiler

Una serie prodotta da Netflix, l’ultimo arrivato in Italia tra i fornitori di video online, ma uno dei più vecchi a livello mondiale. Sono tante le serie di Netflix che negli scorsi anni hanno avuto successo. Ecco, spero avvenga lo stesso per Stanger Things. Le prime puntate mi hanno rapito.

Vediamo di capirci, non è mia intenzione raccontarvi  nulla della trama, ma se avete tra i 30 e i 45 50 anni, se siete cresciuti con il mito dei Goonies, se avete visto e rivisto ET o Nightmare on Elm Street, se vi affascinava BattleStar Galactica (quello anni ’80 coi Cylon che sembravano Cadillac cromate) beh questa è la serie TV per voi: horror, fantascienza e nostalgia ben amalgamati. Mi piace sfruttare BUTACmag per parlarne perché ritengo che il pubblico che legge BUTAC possa davvero appassionarsi, anzi, forse è una di quelle serie che piacerebbe anche a chi BUTAC lo denigra. Si perché questa è la classica serie che fa nascere complottisti in erba, convinti che il governo abbia sempre qualcosa da nascondere, e qui da nascondere c’è un intero mondo…

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Willy al centro del mistero

Siamo nella provincia rurale americana del 1980, quella che chi legge Stephen King conosce benissimo, dei ragazzini giocano a Dungeons & Dragons, tutto è pronto per farvi saltare indietro di quasi quarant’anni, niente smartphone tablet e pc, solo giochi di ruolo, ricetrasmittenti grandi come frigoriferi e tanta musica. Citazioni a pioggia, omaggi a quelli che sono stati i primi film di Spielberg, a quell’avventura irresponsabile e a tratti spaventosa che tanto ci affascinava quando eravamo ragazzini. Peccato il mio nano abbia solo cinque anni, ma questa gliela compro in cofanetto e appena sarà dell’età giusta gliela farò vedere. I veri protagonisti sono proprio i ragazzini come vuole la tradizione, saranno principalmente loro a farci compagnia nelle otto puntate della prima stagione; e i due comprimari adulti più noti sono Winona Ryder e Matthew Modine, entrambi volti che si sono affermati proprio negli anni Ottanta, rappresentando la generazione dei ragazzi di allora. Oggi interpretano gli adulti, un filo disfunzionali nel caso di Winona, inquietanti nel caso di Modine. Stephen King, il re dell’orrore su carta, viene omaggiato con più citazioni, e anche questo è qualcosa che mi ha fatto innamorare, fin dalla grafica del titolo.

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Matthew Modine e una giovane protagonista silenziosa

La serie funziona bene, musica, atmosfere, trama, tutto è ben collocato, i Clash, nei primi 4 episodi, la fanno da padroni nella colonna sonora visto che la loro Should I stay or should I go la si sente davvero tanto. Non so come stia andando il gradimento tra i fruitori di Netflix, a me piace moltissimo, sapere cosa ne pensano gli altri non m’importa. Perché tanto sono tornato ragazzino, eccitato come quando a 13 anni ho visto per la prima volta i Goonies entrare nella grotta di Willy, infilarsi giù per quei tunnel, ma anche spaventato e morbosamente attratto dalla trama.

Sia chiaro, per chi da piccolo ha visto tonnellate di film così non c’è nulla di nuovo, i colpi di scena, le apparizioni ad effetto, tutto sa di già assaggiato, ma è giusto che sia così: è un omaggio, non pretende di essere nulla di nuovo e originale, ma vedere quel genere, che quando eravamo piccoli veniva etichettato come prodotto di nicchia per ragazzini, e rendermi conto che con i giusti budget ed effetti funziona ancora, è per me una gioia. Sono sicuro che possa attirare anche le nuove generazioni, i giovanissimi, ancora affascinati dalla paura del buio, forse quelli che lo rifiuteranno di più sono proprio i rappresentanti della fascia intermedia, quella dai sedici ai trent’anni, che si sente troppo grande per spaventarsi con i mostri e sognare con un po’ di fantascienza.

C’è l’elettronica, il rock, un po’ di pop, una fotografia che sta a metà tra Amityville Horror e Ritorno al futuro. Tutto è lì per omaggiare, per rendere giustizia a un cinema fatto di facili emozioni, di salti sulla poltrona ma anche sorrisini e battute ingenue. Un cinema che a me è rimasto nel cuore.

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Lo so che tra stanotte e domani arriverò in fondo alle quattro puntate che mi restano, e mi dispiace, perché è una serie che so che mi lascerà con la voglia di averne di più (ma ho pronti i cofanetti di Twin Peaks e di Quantum Leap per questo agosto). Forse è un bene che duri poche puntate, lasciando la voglia di vederne ancora.

AGGIORNAMENTO:
Dopo averne completato la visione confermo il giudizio iniziale. Guardatela, ne vale la pena, e lascia la voglia per vederne una seconda stagione, anche se per ora info in merito mancano.

Se siete aficionados di Netflix non perdete tempo, preparatevi a rimettervi le felpe col cappuccio, o se avete ancora il vostro mese di prova da fare, beh quest’estate potrebbe essere l’occasione buona per sfruttare l’offerta.

E questo ve lo ricordate?

Ora scusatemi, ma devo mettermi le scarpe da ginnastica, il piumino senza maniche e la camicia di flanella a quadrettoni e saltare per un’altra oretta in Indiana nel 1980.

Chissà se avrò voglia di tornare indietro.

maicolengel at butac punto it

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