L’educazione digitale

La notizia di Tiziana Cantone suicida dopo che il suo video aveva fatto il giro del web, e la ragazzina che invece è stata ripresa dalle amiche mentre subiva violenza sessuale, hanno infiammato la rete e i giornali. Molti hanno incolpato Internet, ma a mio avviso sbagliano, la colpa è di chi la usa male, non della rete in sé. Stiamo parlando degli uTonti, o come dice Chicco Mentana gli wEbeti. Gente che la rete la usa quotidianamente ma non ha la più pallida idea dei rischi della stessa.

Stamattina, mentre portavo mio figlio a scuola, per radio un politico ha usato il termine “educazione digitale” sostenendo che andrebbe introdotta nelle scuole.

Butac sono quattro anni che prova a spiegare questo, quattro anni che cerca confronto con le istituzioni per spingere il più possibile perché nelle nostre scuole si cominci per davvero a parlare di rete, distinguendo tra pericoli e opportunità, ma perché qualcuno comprenda tocca sempre che ci scappi il morto. È stato così coi vaccini, è stato così con la Nuova Medicina Germanica e sarà così anche su questo.

Trovo sia molto triste che nessuna delle istituzioni con cui ho cercato contatti in questi quattro anni mi abbia mai degnato di una risposta. Ma probabilmente la situazione è la stessa che mi succede a casa: quando con mio padre settantacinquenne parlo della rete lui fa spallucce, secondo lui il mondo funziona ancora solo OFFline, e in rete ci sono solo nicchie di cittadini, che andranno istruiti sì, ma sono una ristretta minoranza. Purtroppo non è così.

Oggi in Italia tanti usano Internet e le app per accedere al mondo, moltissimi usano i social network e i blog per condividere le proprie esperienze e per leggere le notizie diffuse dai media.

Tanti usano la rete. In pochi sanno come funziona. In pochissimi hanno idea delle possibili conseguenze di ogni condivisione. Ogni azione che facciamo online lascia un segno, una traccia, indelebile.

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E così capita che si mandino video amatoriali all’amico, senza renderci conto che ogni informazione che abbia un supporto digitale può diventare virale nell’arco di pochissime ore, e non c’è niente che si possa fare per fermarla.

Vi prego, appoggiate il mouse un secondo, smettete di fare multitasking per qualche minuto, riflettete. Ogni singola immagine che mettete in rete ha la possibilità di diventare “immortale”, di continuare a girare per la rete in eterno. Siete proprio sicuri che la vostra foto “meriti” questa immortalità? Non sarebbe forse meglio se gli scatti fatti alla vostra festa di laurea, magari vestiti da nazista, non circolino per vent’anni in rete, quando magari nella vita volete fare il politico? O che le foto della vostra doccia nudi di notte in una fontana cittadina rischino di mandare a monte il vostro incarico in consiglio comunale? I rischi sono tanti. Gli che qualcuno potrebbe fare delle vostre immagini a distanza di anni possono essere tanti, dal furto d’identità, al meme virale che vi sbeffeggia per l’acconciatura che avevate in quell’immagine, o per come era buffo il vostro pisellino mentre vi cambiavano il pannolino da piccoli.

La notizia è fresca: un’anonima ragazza austriaca al compimento dei 18anni ha formalmente chiesto ai genitori la rimozione di 500 foto postate su Facebook che la ritraggono, al diniego dei genitori ha deciso di citarli in tribunale per l’uso delle sue foto senza diritti (la notizia è riportata su più testate austriache e tedesche, la fonte purtroppo non mi convince fino in fondo, ma causa anonimato è impossibile fare verifiche più approfondite, ma i fatti sembrano plausibili).

Cosa condividono i più giovani?

Ho due nipoti al liceo, che a volte mi leggono (più spesso no), loro qualche anno fa mi hanno fatto scoprire (e dimenticare) ASK, social network che usavano al posto di Facebook, ora non sono aggiornato su quale sia il più in voga. Mi sono iscritto, volevo vedere come funzionava,  ma l’interesse è scemato velocemente. Le bacheche dei miei nipoti erano invase di sederi e tette. Ma non come ai miei tempi, quando attaccavamo sul diario di scuola le foto delle modelle che amavamo in lingerie (modelle maggiorenni, pagate per quagli scatti e consce che sarebbero state usate come “palestra” da tanti giovani in preda agli ormoni). No, le foto che mi apparivano sulla bacheca di ASK, avendo io come amici solo due giovanissimi, erano tutte foto delle loro compagne di classe, fra i 14 e i 16 anni. Ragazzine che si mettono un tanga leopardato per far colpo sugli amici, ragazzine che mostrano con orgoglio tette che sfidano qualsivoglia legge di gravità. Il passo a finire su qualche sito softcore è davvero breve. Ci tenete davvero che la vostra foto a tette semiscoperte continui a girare per anni per la gioia dei masturbatori seriali?

Le foto amatoriali esistono da sempre

Io non dico che la colpa sia di chi le foto le scatta, le abbiamo fatte tutti, anche io ho avuto la fidanzatina di turno che si divertiva a farsi fotografare “come le star” (anche se era più una foto glamour che softcore, di solito), ma non c’era la rete, non era così semplice condividere uno scatto, e la viralità al massimo arrivava ai compagni di classe. Oggi tutti abbiamo le potenzialità per diventare registi, ogni nostro smartphone ha una telecamera che può registrare video in buona definizione e scattare bellissime foto, solo che il passo al condividerle è davvero semplice, e il concetto che una volta premuto il tasto non si torna più indietro è ancora molto poco chiaro a tanti.

Sia chiaro, non parlo solo del quindicenne che condivide le tette della fidanzata, ma anche dell’avvocato quarantenne che condivide bufale sugli immigrati, tutti sono uTonti, tutti andrebbero educati.

La scuola può fare molto, almeno per le nuove generazioni, ma DEVE cominciare da subito!

Non si può attendere ancora, l’analfabetismo digitale nel nostro paese galoppa alla grande, sull’onda di genitori che vivono la rete così:

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E di giovani che condividono di tutto.

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Io davvero non ci sto più, quando leggo di mamme convinte che i vaccini facciano male perché l’hanno letto su una pagina web senza alcuna verifica seria, di papà convinti che la cintura di sicurezza sia solo un optional e che piuttosto che subire il bimbo che urla preferiscono non mettergliela (convinti sempre da altri genitori idioti), gente che si cura con la rete, gente che fa sesso con la rete, gente che usa la rete come se fosse il proprio diario di scuola. No, non va affatto bene.

La rete è un luogo magnifico, chi la rovina sono gli uTonti.

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Abbiamo un patentino per guidare i motorini, una patente per guidare le auto, dobbiamo passare esami se vogliamo fare i medici, gli avvocati, i commercialisti. Non è venuta l’ora che il sistema scolastico accetti il problema e vengano introdotti corsi seri che insegnino ai ragazzi come si può usare la rete?

Sempre per cercare di aiutarvi: volete davvero condividere immagini degradanti di voi che fate sesso, vi ubriacate, ballate nudi? Fatelo pure, ma imparate a usare strumenti che vi diano un minimo di controllo. Nel 2016 esistono fior di chat che permettono di mandare messaggi privati difficilmente condivisibili, anzi, esistono servizi che “autodistruggono” il messaggio inviato dopo pochi secondi che è stato letto. Insomma, fatevi furbi, crescete, smettete di condividere ogni più sordido dettaglio della vostra vita in piazza.

Nel corso degli anni tra Butac e BUTACmag abbiamo scritto più di una guida per aiutarvi a navigare e a difendervi in rete, qui l’elenco dei pezzi più importanti in merito:

-) Impostare la privacy per i profili di facebook

-) Per difendersi dalle bufale

-) Perché non bisogna condividere a caso

-) I segni rossi della fuffa

 

-) Guida in sei puntate alla logica fallace a cura del Ninth

  1. Effetto domino
  2. Dell’autorità e dei sentimenti
  3. “Da quale pulpito!”
  4. Paglia e ciliegia
  5. “Mio cuggino, mio cuggino”
  6. “È naturale!” (Finale di Stagione)

 

Per oggi è tutto.

maicolengel at butac punto it

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